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comunicato stampa

Malini: "È ormai necessario affrontare con efficacia il problema delle baby gang"

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“Fano, baby gang, due bande si contendono il centro di Fano”. “Fano, razzie e minacce. Due minori a capo di bande di coetanei sono stati denunciati”. “Fano, ragazzino rapinato e picchiato da una baby gang". “Fano, rapina aggravata dall'uso di armi, sequestro di persona aggravato, atti persecutori e lesioni aggravate ai danni di un minorenne”. "La baby gang rapinava ragazzini fra il Pincio e il Poderino”. “Fano, avrebbero pattugliato uno spicchio di città compreso fra il Pincio e il quartiere Poderino”. “Fano, non ci sono baby gang, ma disagio sociale”. “Fano, episodi di vandalismo e di bullismo”. "Fano città dei bambini o delle Baby Gang?”.

"Hanno fatto molto clamore gli ultimi episodi di delinquenza giovanile che hanno colpito Fano”. “Fano, tra baby gang e rapine, una città allo sbando”. "Fano, ha lo smalto sulle unghie: aggressione del branco contro due ragazzi. Una quindicina di giovani si sono accaniti contro i pesaresi". "Fano, 18enne con lo smalto: 'Aggredito da 15 persone, hanno mandato il mio amico in ospedale’”.

Questi sono solo alcuni dei titoli di giornale che riguardano le attività delle baby gang a Fano negli ultimi due anni, un problema che è sempre più grave, nonostante l’attività puntuale delle forze dell’ordine, che si impegnano con grandi energie per contrastare un fenomeno che sembra proprio aver messo radici nel comune in provincia di Pesaro e Urbino. La politica, a quanto si legge dalle dichiarazioni sui media locali, sottovaluta il problema e finora non ha messo in atto programmi efficaci per contenerlo. Da parte mia, ho parlato con alcuni ragazzi LGBTQI+ che frequentano Fano e mi hanno detto che gli episodi di omofobia da parte dei giovani componenti di queste bande sono frequenti, ma che le vittime non li denunciano, perché temono ritorsioni, essendo facile incontrarli presso la stazione o nel centro di Fano. Alcuni poi sono dediti allo spaccio e attorno a loro si è creato un muro di omertà giovanile.

“Se ti identificano come gay,” mi ha spiegato un ragazzo, “puoi essere sicuro di ricevere insulti e minacce. Nel peggiore dei casi di essere pestato”. Nonostante siano stati ripetutamente fermati dalle forze dell’ordine e alcuni di essi abbiano ricevuto condanne in tribunale, i membri delle baby gang proseguono nelle loro attività senza alcuna remora, come dimostra l’episodio di ieri: un barbaro agguato nei confronti di un giovane per sottrargli il monopattino. La vittima ha ricevuto una gragnuola di calci e pugni, come riferiscono i media, ed è finita all’ospedale. La gente di Fano è esasperata. Quando un ragazzo giovane esce di casa, i genitori sentono angoscia, temendo possa imbattersi in uno di quei gruppi che fanno il bello e il cattivo tempo nella cittadina. La comunità LGBTQI+ è sotto pressione e si sente intimidita: basta indossare un capo di abbigliamento o un accessorio che risulti “appariscente” ai giovani criminali o avere le unghie smaltate per rischiare di essere sottoposti a ingiurie e sevizie. Come risolvere questo problema, che si aggrava ogni giorno che passa?

È necessario che i giovani componenti delle baby gang rientrino in programmi educativi che coinvolgano le famiglie. Quando i fermi di polizia non conducono ad alcuna conseguenza giuridica, Il disagio giovanile si trasforma in una sensazione di onnipotenza, di ribellione totale contro contro la società. Mancano ai giovani disagiati punti di riferimento di carattere affettivo ed educativo, dunque prevalgono le regole e i disvalori del branco. La scuola è fondamentale per restituire ai ragazzi una visione veritiera della società, dell’importanza di una convivenza pacifica fra cittadini, specie se le famiglie in cui vivono non sono in grado di fornire loro validi principi educativi.

In una situazione grave come quella di Fano, è anche necessario che i magistrati applichino nei casi più sensibili pene alternative alla detenzione, coinvolgendo le famiglie dei giovani, programmando incontri a cadenza abbastanza stretta, per esempio settimanale, fra i ragazzi colpiti da disagio, i loro familiari più stretti e un team di validi educatori. Come del resto è previsto nel Decreto Caivano, che inserisce alcune novità nel testo del d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448; in particolare al nuovo articolo 27-bis, volto a regolare un particolare “Percorso di rieducazione del minore”.



Questo è un comunicato stampa pubblicato il 13-04-2024 alle 11:51 sul giornale del 15 aprile 2024 - 140 letture






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