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Cittadinanza onoraria al vescovo Armando, racconto e foto della cerimonia. Seri: “Grazie per essere sempre stato un combattente e una guida unificante”

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“Benvenuto, Armando. Non temere, siamo con te”. È soltanto una delle scritte che, sedici anni fa, campeggiavano al Pincio per accogliere monsignor Trasarti, all’epoca il nuovo vescovo. Colui che ora, per sopraggiunti limiti d’età, sta per congedarsi. Sta per lasciare la sua diocesi, quella di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola, ma anche di tutti gli altri territori che ne fanno parte. E sono tanti, come dimostrano le numerose fasce tricolore, in bella vista tra le prime file, martedì sera all’ex chiesa di San Francesco di Fano. Il momento in cui la Città della Fortuna ha voluto omaggiare il vescovo uscente con un ultimo significativo gesto: il conferimento della cittadinanza onoraria.

Una sorpresa. Fino all’ultimo, infatti, monsignor Trasarti non ne sapeva nulla. Lo sapeva bene, invece, il consiglio comunale fanese, che unanime ha votato affinché lo stimato Armando divenisse cittadino fanese. Una decisione presa senza riserve, che ha unito e aggregato l’assemblea in un modo sempre più raro. Unire e aggregare è anche sempre stata la funzione di Trasarti, che per sedici anni – da buon pastore - ha guidato il ‘gregge’ con mano ferma e gentile, ma senza risparmiarsi in riflessioni personali e concrete. Talvolta pungolando e provocando, anche a costo di scatenare qualche impalpabile mal di pancia.

La cerimonia, condotta dalla giornalista Anna Rita Ioni, è iniziata con la proiezione di un video di ben sedici minuti. Numero ricorrente e di certo non casuale, dato l’intento di ripercorrere i sedici anni di vescovato di don Armando. Una processione di foto e di filmati, recenti e meno recenti, con i momenti salienti del suo percorso. Istantanee significative, tra tagli del nastro e omelie, vie Crucis e feste di terra e di mare, tra solidarietà e liturgia, fede e sociale, sempre accanto ai più fragili, ai disabili, ai detenuti, agli alluvionati. Diapositive di un periodo intenso trascorso tra i giovani, i giovanissimi e i meno giovani, riproposti dal suo arrivo al Pincio fino alla recente messa trasmessa in diretta su Rai Uno.

A seguire gli interventi dei sindaci dei quattro comuni che danno il nome alla diocesi. “È stato un po’ anche sindaco – ha esordito Massimo Berloni di Fossombrone -, un tessitore di parrocchie, nel senso ampio del termine, il cui operato ha saputo dare i suoi frutti. Ho parlato con la comunità del nostro carcere – ha proseguito -, e mi hanno ribadito quanto l’abbiano sempre sentita vicina, monsignor Trasarti, e che lei sarà sempre il loro vescovo. Sentono già la sua mancanza”.

La capacità di Armando di essere presente è stata ribadita anche da Alberto Alessandri, sindaco di Cagli. “Non è stato mai banale, da lei abbiamo sempre avuto sempre uno spunto o una riflessione. Non è si è mai limitato a fare il compitino da 6, ma ha saputo essere coinvolgente calandosi nel quotidiano e parlando con i ragazzi”.

“Si è rivolto a tutti indistintamente”, ha aggiunto il vicesindaco di Pergola Graziano Ilari, ribadendo ancora una volta come presenza e vicinanza siano state tra le peculiarità del vescovo uscente. “Non abbiamo mai avvertito che risiedesse a Fano”, ha concluso, rimarcando la capacità di don Armando di non lasciare gli altri comuni ai margini della diocesi.

Poi il lungo discorso di Massimo Seri, che a nome dei fanesi e rivolgendosi direttamente a lui, ha definito Trasarti una “guida spirituale attenta e puntuale, un combattente anche nei momenti avversi, anche quando la malattia si è abbattuta su di lei, ma un pastore non abbandona mai il suo gregge. Da lei, chi indossa questa fascia oppure una divisa, ha sempre ricevuto un richiamo alla sensibilità, ricordando che non si ha questo ruolo per questioni di potere, ma per prestare servizio”. Seri ha poi ricordato un vecchio aneddoto del vescovo. “Una volta ci ha raccontato che, proprio come si fa in montagna, chi guida la fila deve tenere il passo dell'ultimo, e questo è ancora più significativo in un'epoca in cui sembra contare di più arrivare primi”. Il sindaco di Fano ha poi ribadito come Trasarti non si sia mai sottratto “quando è stato il momento di riprendere gli amministratori, provocando anche qualche mormorio. Dopo nove anni da sindaco – ha concluso - ho avuto modo di comprendere la sua capacità di stimolare il dialogo. Di essere una guida unificante. Un ponte tra la città di Dio e la città dell'uomo”.

Infine il ringraziamento di don Armando, che dopo aver ricevuto pergamene e attestati si è presentato al microfono con il consueto piglio, al netto di una velata emozione. “Sono commosso, non me l'aspettavo. Questo – ha detto - è un riconoscimento che non si appende alla parete, ma che si porta nel cuore, così come porterò nel cuore Fano e ogni altra città che fa parte di questa diocesi. ‘Città’ intesa come luogo della politica, in cui caste e giochi di potere minerebbero il senso civico e la sua stessa bellezza. Servizio, responsabilità e legalità sono le parole-chiave, e devono andare di pari passo. La lotta politica non è eliminazione dell'avversario, ma buon governo. La politica che si fa spettacolo, come fosse il palco di personaggi di successo sulla base di promesse e conflittualità... no, non è questo il modo. Bisogna, piuttosto, difendere il pane e la casa, e trattare il lavoro come sacro. Questo non è marxismo, è il vangelo. Dobbiamo sempre tenere al centro le persone. Ascoltatele, guardate in faccia gli ultimi, e tenete il loro passo, sì, come foste in montagna”. Poi, prima dei tre brani magistralmente interpretati dal coro polifonico malatestiano diretto al maestro Francesco Santini, il saluto alla sua comunità: “Le ho voluto molto bene”, ha detto. E quella comunità, rappresentata da quel tripudio di fasce tricolore e di donne e uomini in divisa, ha ricambiato con un applauso scrosciante. Come a dire “Non temere, Armando, siamo con te”. Proprio come quello striscione di sedici anni fa.

“Questo riconoscimento non me l’aspettavo. È stata una sorpresa, è troppo per me. Sarà difficile dimenticarla”, ha concluso prima di scendere dal palco (qui il discorso integrale). Ora l’ultima messa di domenica prossima in Duomo, poi il ritorno a casa nella sua Campofilone, nel fermano. “Tornare qui? – ha risposto ai microfoni della stampa – Per ora no, presto avrete un nuovo vescovo a cui voler bene. Tornare farebbe male a voi, ma anche a me. Mi farebbe molto male”.

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Questo è un articolo pubblicato il 28-06-2023 alle 13:02 sul giornale del 29 giugno 2023 - 746 letture






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