“Io, lontana dai miei cari per colpa del coronavirus”: la lettera di Sara, fanese con la famiglia nella zona rossa

6' di lettura Fano 28/02/2020 - Distanza forzata. Sara Stroppa definisce così la situazione che si è venuta a creare per colpa del coronavirus. Lei è una 42enne originaria di Codogno, ma da anni vive a Fano per lavoro. Genitori, parenti e amici, però, sono ancora lassù. In quella che oggi viene tecnicamente – e forse volgarmente – chiamata ‘zona rossa’. Un confine più immaginario che reale separa il dentro dal fuori, un limite che però si fa concreto quando ti costringe a rimanere in apprensione per i tuoi cari senza poterli riabbracciare. Segue la lettera integrale di Sara. Uno sfogo, un grido di dolore trasmesso per iscritto che getta una luce diversa sul concetto di ‘quarantena’. E che ci riscalda al di là delle definizioni, dell’odio gratuito e dei freddi numeri.

Io sono di CODOGNO. Sì, esatto, proprio quel posto di cui si parla senza sosta da venerdì scorso, un paese di 17.000 anime di cui nessuno sapeva nulla, e che è stato catapultato in un FOLLE circo mediatico lo scorso venerdì 21 febbraio.

Una mattina come le altre, una notizia che urlava tra social e televisione, le nostre vie in onda su tutte le reti. Quelle in cui siamo cresciuti, quelle che ti fai con gli amici avanti indietro mille volte il sabato sera. Casa mia. L’ingresso del vicolo dove stanno mamma e papà in tv, l'insensato quanto incontrollato pensiero: "Oh, oh, magari si affacciano!". E un subito secco: "Ma che succede?".

Un‘escalation di aggiornamenti contraddittori, confusione, ansia, media impazziti che fanno a gara per sfornare notizie per primi, vere o false che siano poco importa. Non c’è tempo di pensare, è una cascata, un vomito di parole, di numeri, di indizi, tipo quando giochi a ’Indovina chi?’.

CONTAGIO, dicono. Paziente zero, dicono. Focolaio. Ma quella è solo... CASA. E io non capisco, io penso alle borse di cose che ho pronte qui in cucina da portare a mamma.

Io sono qui nelle Marche. Nella zona rossa ho la fetta più grande dei miei affetti, la percentuale più elevata dell'amore che posseggo. Ho mamma e papà che sono arrivati con i loro capelli bianchi, le loro fragilità e i loro ***anta anni per trovarsi in una realtà che non ha nulla di davvero chiaro e sensato per loro, che si affidano a me che sono a trecento e passa chilometri, e a mio fratello, per avere aggiornamenti veritieri su quello che succede là dentro (mentre scrivo mamma mi ha appena chiesto se riesco a vedere come funziona per la spazzatura stasera). Il tutto tra continui tentativi di truffa da parte di bastardi sciacalli che si fingono personale sanitario o altro.

Ho amici lì, tra i più cari, che sono ‘famiglia’, di quelle che non hanno bisogno di vincoli di sangue per valere di più, e che sono anche ANGELI su cui so di poter contare nonostante sia difficile anche per loro... e molto.

Al di la di tutte le polemiche e le emergenze reali, paziente zero o meno, mascherine, responsabilità, crisi delle aziende, gestione delle emergenze sanitarie o della ‘quotidianità’ delle cure salvavita di cui le persone continuano ad avere bisogno, al di là del maledetto coronavirus... al di là di tutto questo ci sono le persone, le distanze, gli affetti che devono restare lontani, quando invece il bene di prima necessità - il primo - sarebbe proprio restare vicini.

Lassù si resta lontani IN QUALSIASI CIRCOSTANZA.

Un esempio. La chiamerò Anna per comodità, ma Anna è tante persone. Anna oggi ha perso suo padre, e la madre è nello stesso ospedale a lottare per la sua vita. Lei è murata a casa, non può "salutare" un’ultima volta suo padre e non riesce a smettere di pensare che nel suo ultimo respiro era solo. Non può assistere sua madre ben sapendo che probabilmente è spaventata a morte, e preoccupata per quel compagno di vita che lei pensa sia ancora al piano di sotto e che prima o poi rivedrà. Ecco. Il coronavirus è anche questo. Essere strappati - senza che nessuno ti avverta - dai tuoi cari, dai tuoi affetti. Sperare da lontano che tutto vada bene. Sentirsi impotenti. Avere voglia di correre da loro ma non poterlo fare.

Il coronavirus non è solo fobia, amuchina, supermercati vuoti. Qualcuno sta perdendo chi ama... e questo non andrebbe mai dimenticato. Non andrebbe nemmeno dimenticato che, a quel qualcuno, il fatto che "tanto è letale solo per chi è già debole di salute" non è di alcun conforto o consolazione. Di questo nessuno parla. Io ritengo sia il punto chiave di tutto.
L'ironia aiuta ad alleggerire ed è necessaria per tenere i mostri un po’ più a distanza, ma ricordiamoci sempre delle persone. Sempre.

Ci stanno attribuendo ogni colpa, quando in realtà dovrebbe esserci attribuita soltanto la sfortuna di essere stati i primi a lanciare un allarme su qualcosa che era già ampiamente presente sul territorio, in molti ospedali al di fuori della zona poi diventata quarantena , ma che il Protocollo dei cosiddetti ESPERTI, aveva sbagliato a valutare. Ci stanno augurando di tutto, da vulcani attivi che ci colino sulla testa a bombardamenti ‘sanificatori’. Un video, ieri, diceva che il fatto che sia capitato a noi lassù sia la ‘cosa più bella del modo’. Non so quante cose davvero belle possa avere avuto questa persona nella vita, se afferma questo…

A Codogno ci sono solo persone, ci sono anziani, bambini, famiglie, c’è gente onesta , gente altruista. Perché è di quelli che sono responsabilmente rimasti che stiamo parlando, di quelli che si stanno smazzando a fatica, e senza alcuna serenità, ogni minuto di quarantena (che in troppi pensano sia una vacanza). Tutto questo con un senso di responsabilità e civiltà degno di rispetto. Ci sono mamme che cercano di intrattenere i bambini e mantenerli sereni, ci sono amici che organizzano cene in videoconferenza per abbattere la paura e stare insieme, ci sono famiglie divise come la mia e come molte altre. Non mi risulta, nonostante i numeri alti, che altri ‘eroi’ - a parte la zona rossa - stiano facendo lo stesso per altro in dignitoso silenzio.

Invito tutti a entrare in una della pagine di quei comuni - quello di Codogno, ad esempio -, perché solo lì ci si può rendere conto di cosa significhi quarantena, di cosa significhi sospendere senza preavviso la proprio vita e la propria quotidianità, cosa significhi non sapere come quando è perché (soprattutto il perché) tutto potrà tornare come prima. Cosa significhi stare lontano dai proprio affetti. Invito tutti a entrare in quel gruppo e magari, invece di seminare odio, di spendere una parola d’incoraggiamento. Troverete un’accoglienza che non potreste mai immaginare.

Rimaniamo umani.


Sara








Questo è un articolo pubblicato il 28-02-2020 alle 16:11 sul giornale del 29 febbraio 2020 - 22336 letture

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