Venturelli: "Piazza Amiani, la sostituzione delle stele prende a ceffoni il ricordo dell'Apolloni"

piazza amiani fano 9' di lettura Fano 13/06/2019 - Così, l’opera d’arte decorativa storicizzata da più di mezzo secolo al centro della vasca ovale di piazza Amiani, la stele offerta dall’Istituto d’Arte di Fano, una collaborazione di tre artisti-insegnanti e altrettanti studenti, è stata eliminata in disprezzo del diritto al rispetto del proprio posto fisico e contesto storico artistico dovuto nei paesi civili ad ogni opera d’arte. Pertanto la stessa è in attesa di un’altra collocazione.

Ma il suo allontanamento - sin troppo facile rilevarlo - somiglia ad una sopraffazione, quando cultura artistica, prima di altro significa la crescita della protezione del lascito delle Arti. Tale consapevolezza, inizia da chi regge le sorti della città, da chi ne sintetizza in sé le opinioni, dai decisori politici, consiglieri comunali e consigliere con ruolo specifico nel merito per non deluderne la tutela perche a Fano Città di Vitruvio si deve porre fine per sempre al comportamento aggressivo verso i beni artistici mentre chi si trova a fare scelte pubbliche non può fare torto a nessuno: ma pur in assenza di una competenza specialistica in argomento di tutela artistica, l’art. 9 della Statuto Comunale, descrive e moralmente impegna a tale tutela, quando il peggior male per ciascuna opera d’arte, è la sua decontestualizzazione. Infatti il principale valore di un’opera è quello di avere una storia che non va mai alienata. L’opera distaccata dal suo contesto non è più portatrice del valore contenuto nel tutto.

Si deve smettere, come in passato regolarmente accadeva, di sostituire i beni esistenti con altro, sia pur ritenuto migliore od a volte persino con nulla. Questo distruttivo genere di abuso presente in Italia da secoli, in tempi abbastanza recenti, a Fano si è accresciuto a partire dal 1885, con esempio alla dispersione del patrimonio ceramico rinascimentale locale delle 1600 piastrelline pavimentali della Chiesa di S.Maria del Riposo (Piattelletti). Da allora quei gioielli scomparsi, ricchi di simboli capaci di attivare attenzione e curiosità, di produrre nella mente il brivido della bellezza con quei colori della meraviglia, si trovano in diversi musei meno che nel nostro. E questo senza che nessun sindaco mai abbia tentato di riaverne almeno un paio, di quelle figlie di Fano e dell’Italia; di Fano, si badi, non di un altro paese come ad esempio la Grecia. Capolavori staccati dal loro pavimento, svenduti dai fanesi che amministravano quella piccolissima chiesa che fu poi rasa al suolo nel 1942 dal podestà del tempo. Una vicenda penosa che inaugura “la linea del danno alla città”. Una vergogna che anticipa in qualche modo la svendita della statua trovata in mare nel 1964.

Linea che proseguì con l’abbattimento, nel dopoguerra di non pochi palazzi di valore del centro storico, con le ville floreali stuprate dalla fame dei soldi, con l’abbattimento incomprensibile dell’Albergo Lido, di Mario De Renzi, coi 10 danni alla scuola Filippo Corridoni, dello stesso famoso architetto razionalista e molto altro anche in tempi recenti. Oggi non si rinnovano più gli incontri con quelle opere; incontri capaci di dilatare la conoscenza di noi stessi, ormai impossibilitati a ritrovare la nostra anima se non attraverso foto d’epoca.

Ma l’allontanamento e la mancanza dell’incanto che l’assorbimento dal vero della bellezza rende alle menti dei fanciulli e degli adulti, genera sempre il disinteresse verso l’arte; un menefreghismo capace di attraversare le generazioni, una desolazione, assieme all’obbligo inconsapevole a ripetere la stessa sciagura su altre opere del nostro patrimonio artistico. Quando a diseducare le persone è l’esempio dei danni fatti, la bellezza non la si ritiene più necessaria socialmente nelle cose di ogni giorno; scompare dal costume, cancellata com’è dai pensieri e compare addirittura il rifiuto a ricercare nuova bellezza. Fu forse per questo che, quando allo scadere del 1800 l’urbanista Enrico De Poveda presentò agli amministratori l’idea di un parco pubblico ad anello largo 50 metri attorno alle mura ancora esistenti, quell’idea al tempo facilmente realizzabile, non venne percepita come eccellentissima cosa da fare e due anni dopo si distrussero le mura Malatestiane e poi una ad una nel tempo tutte le porte urbiche.

Possiamo facilmente vedere ed immaginare oggi, ciò che Fano ha perduto con il rifiuto di quel progetto per incorniciare a verde e fiori la città murata! Un parco nel quale si sarebbe potuto entrare ed uscire da tutte le porte… Distruzioni e danni, continuarono pesantemente per tutto il 1900, creando il costume pacificamente percepito per normale che, chi amministra può decidere e fare quello che crede dell’arte cittadina non volendo essere da meno dei suoi predecessori, proprio come accade nella coazione a ripetere dove il male viene trasmesso dalle passate generazioni a quelle nuove.

Probabilmente anche il motivo sotteso dai pescatori del Lisippo e dai tanti che videro la statua ancora incrostata nella casa del capobarca e tacquero, obbediva allo stesso impulso; quello che l’arte, all’occasione, la si prostituisce, ci si fa quel che si vuole, si svende come da esempio giunto dal passato. Eccoli, i barbari tra noi, di casa nella stessa città, di casa dentro la scatola cranica di troppe persone.

Quello che tuttavia sembra molto grave nella vicenda della stele sostituita con iniziativa discutibile è che non sembra assorbita la lezione che gli attacchi al nostro patrimonio si debbono scongiurare e che non debbono esistere eccezioni a favore del desiderio particolare di nessuno. Neppure se chi avesse fatto pressioni per la sostituzione della stele, evidentemente considerata “minore”, onde mettere un’opera di Vangi, fosse in odore di Nobel o di beatificazione. Ancor meno se a premere fosse il cosiddetto notabilato locale. Ancor meno di più se a spendere fossero tutti i poteri forti della città.

In questa deplorevole vicenda che prende a ceffoni, sapendo di farlo, il ricordo dell’Istituto d’Arte Apolloni, quel che più e più dispiace non è certo la somma occorrente per la nuova opera (250.000 euro?) pur se sappiamo che un’altra statua di bronzo a formato naturale, rappresentante Don Achille Sanchioni il prete buono, da collocare in via S. Leonardo costerà 15.000 euro più un cachet forfettario di ricompensa per un non precisato scultore. Neppure stupisce la “storia” che l’idea per la nuova opera, ora definita “La Concordia” viene regalata mentre viene pagata “solo” la sua realizzazione, quando risulta difficile comprendere come separate, l’idea per un’opera e l’opera stessa realizzata: forse lo stesso sconosciuto scultore che modellerà il Don Achille farebbe il proprio miglior interesse a separare la sua idea del “Don”, dalla realizzazione del Don … E non pesano più di tanto certe trovate da supermarket “prendi 2, paghi 1”; cioè, prendi idea e realizzazione e paghi solo la realizzazione perché il maestro l’idea la regala. Non è neppure la prepotenza culturale sottesa a tutta l’operazione da parte di coloro che trascurano il diritto dei cittadini alla partecipazione mettendo avanti le proprie pretese, il proprio personale gusto, a far detestare la scelta. Non preoccupa neppure il fatto che il riferimento all’idea astratta di Concordia - il nome da dare alla statua - non convince, come non convinse che, l’opera di Giuliano Vangi, sino a ieri fosse “un omaggio alla natura muliebre, alla donna che è luna, maternità, anima, legata al ciclo delle acque”: ovvero, squallide concezioni da Ventennio verso il femminile.

Ma se con la intitolazione alla bellissima opera di Vangi, de “La Concordia” si volesse inzuccherare il prepotente atto infantile e grossolano che caccia dal suo sito un’opera d’arte a favore di un’altra, si deve riflettere che la Concordia, come la Pace, riposa sulla Giustizia: forse permettere di occupare lo spazio altrui, e poi esibire Concordia, porta alla Concordia? Le due parti, quella cacciata via e chi invade, potranno mai avere lo stesso sentire se ad essere umiliati sono gli artisti considerati più deboli? Ma quello che più preoccupa non può essere questo banale elenco di negatività. Non deve preoccupare neppure il fatto che l’opera di Vangi sia stata evidentemente considerata superiore, e quella eliminata solo un lavoro artistico di qualche razza imperfetta.

Quello che soprattutto deve preoccupare è il riaffiorare della vecchia consuetudine, del cattivo spirito-guida di chi in passato governò molto male l’Arte fanese. Un cattivo spirito che rispunta persino in questa amministrazione che ha fatto tutto molto bene, compresi i notevoli miglioramenti al patrimonio artistico. Preoccupa il ritorno della cialtroneria e dell’arroganza, quando sarebbe bastato fabbricare una nuova vasca per Giuliano Vangi dentro la Corte Malatestiana, aprendo al traffico pedonale, dal cancellino sul giardino Leopardi, una scorciatoia sino a piazza XX settembre. Avremmo avuto una fontana in più ed il rispetto artistico per tutti, con l’interno della Corte finalmente vissuto nel quotidiano da molta gente e la sicurezza notturna per l’opera.

Preoccupa infine e sopra ad ogni cosa, il fatto che la coazione a ripetere verso l’Arte fanese, ancora non è stata resa cosciente. Tuttavia il nostro tempo, almeno un progresso l’ha portato: non è previsto che la stele finisca svenduta all’estero… Occorre inoltre ricordare ai media fanesi che, quando le persone litigano per l’Arte, è sempre una grande cosa per la città; che non c’è alcun segno divisivo ma solo si constata che gli intelletti sono vivi ed attratti dalle cose del pensiero e del gusto; che nessuno pensa per copia conforme e che non si accetta alcuna forza prevaricatrice da qualsiasi parte provenga.

Ma per questa vicenda che certo poteva essere risolta in modo migliore ed utile, col comune buon senso, torna e ritorna alla memoria e non se ne vuol andare, la frase famosa di Albert Einstein: “Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi”.

Post scriptum. Le commedie hanno un ante fatto che ne precostituisce la ragione e che occorre conoscere. Anche la vicenda della fontana degli artisti perduti di piazza Amiani di cui scrivo ed ho già scritto, a suo modo è una commedia e va compresa per chi lo vuole, nel suo specifico antefatto, cliccando su google “Visti da vicino: Giuliano Vangi lo Specchio.”






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 13-06-2019 alle 17:13 sul giornale del 14 giugno 2019 - 1934 letture

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