Pietro Bartolo a Fano: l’immigrazione raccontata dal “medico di Lampedusa”

5' di lettura Fano 06/05/2019 - Lo chiamano “il medico di Lampedusa”, e non per caso. Lui è Pietro Bartolo, e negli anni ha visto il suo – e il nostro – Mediterraneo trasformarsi in un grande cimitero d’acqua. Ha visitato circa 35mila persone, e ha visto morire centinaia di bambini. Da qualche anno gira l’Italia per raccontare la realtà di Lampedusa con gli occhi di chi lì ci vive e ci lavora davvero, al netto di ogni ideologia. La scorsa settimana, a Fano, ha parlato di fronte a più di 150 persone, al Cubo del centro commerciale di San Lazzaro. Oltre un’ora di racconti e di testimonianze, per offrire uno sguardo diretto sul grande tema dell’immigrazione. Alla fine tutti in piedi per una grande standing ovation. Vi proponiamo un estratto del suo discorso.

Sono un medico, e sono nato a Lampedusa. Sono stato un pescatore e un marinaio, ma anche un naufrago. Pochi lo sanno, ma una volta sono rimasto per più di ventiquattro ore da solo in mezzo al Mediterraneo. Io so cosa si prova. Sono Pietro Bartolo, e sono il medico che ha fatto più ispezioni cadaveriche al mondo. Ho visitato più di 35mila persone, e ho visto morire centinaia di bambini. Di loro nessuno parla, perché qualcuno non vuole che si sappia. Ma tutto questo è vergognoso, e i responsabili siamo noi. Chi arriva qua ha soltanto un sogno: sopravvivere. Glielo dobbiamo, perché è giusto. Abbiamo fatto delle loro terre il nostro supermercato. Ora vengono qui da noi in cerca di aiuto, e noi chiudiamo i porti. Ma Lampedusa è la porta d'Europa. E gli italiani? Il nostro è un grande popolo, e il Mediterraneo è da sempre il crocevia di tante culture. Siamo quello che siamo anche grazie alle contaminazioni avvenute attraverso quel mare. E siamo molto meglio di quel che vogliono farci apparire.

L’immigrazione non è un problema, ma un’opportunità e una ricchezza. Gli immigrati non sono numeri, ma persone. C’è chi parla di “bambini preconfezionati”, ma loro sono come i nostri figli. È vergognoso parlarne come se fossero mostri, o alieni. Li chiamano terroristi, dicono che portano malattie, che gli diamo 35 euro al giorno. Sono tutte bugie dette per spaventare e per istillare odio. E chi vota chi dice queste cose non è cattivo, ma soltanto cattivamente informato. A proposito di malattie: noi, nel nostro policlinico, visitiamo tutto quelli che arrivano. Se c'è anche soltanto il dubbio di una malattia infettiva dobbiamo mettere in quarantena tutta la sua barca. È successo soltanto una volta, ma per un gatto che aveva la rabbia. Io, quando queste persone arrivano chiedo loro come si chiamano, e per loro è come se fosse Natale. Le tocco, le abbraccio. Non ho mai preso malattie, e non perché sono Superman. A un certo punto, però, è spuntata una nuova patologia, che colpisce soprattutto le donne e le uccide nel 90 per cento dei casi. Noi la chiamiamo la “malattia del gommone”, anche se quelli non sono nemmeno gommoni, ma canotti spinti da motori molto piccoli, dai quali esce benzina che a sua volta si trasforma in una miscela mortale. Se colpisce le donne è perché viaggiano stando sedute sul gommone. Gli uomini le fanno stare comode, ma intanto le loro mogli muoiono per combustione da carburante. È questa la malattia del gommone.

Per il resto, chi arriva via mare muore per il viaggio, per ipotermia e non solo. Spesso muore per le torture e le violenze. Un giorno è arrivata una giovane donna. Era magrissima, disidratata, paralizzata dalla vita in giù. Era stata violentata. Un bambino mi aggrediva per difenderla. L'abbiamo lavato, come facciamo con tutti. Così abbiamo scoperto che era una bambina di quattro anni. Si prendeva cura della mamma da circa sei mesi. Quando le abbiamo dato dei biscotti li ha rotti e li ha dati alla madre. Non ha voluto nemmeno il peluche, perché ormai non era più una bambina. Era stata violentata anche lei, come tutte le donne di tutte le età. Non per desiderio, ma per umiliarle.

A volte cammino per strada e sento puzza di cadaveri. Il Mediterraneo è diventato un cimitero, e questo non lo accettiamo. Non venite a Lampedusa, lì ci siamo noi. Quando arrivano aiutateli qua. Ora la situazione è quella che è, ma il primo a cominciare questo schifo è stato Minniti. Si vanta della riduzione degli sbarchi, ma intanto queste persone si trovano chiuse in una specie di lager, ed è tutto documentato. In confronto, ad Auschwitz, erano tecnologicamente più avanzati. E adesso, qua, chi chiude i porti separa i figli dalle madri. Poi è il primo a parlare di famiglia.

Io vengo intervistato ormai da venticinque anni, ma mi rendo conto che in tanti non abbiano capito. Mi sento responsabile anche io di quell’orrore puro. Ho camminato sui morti, e ho sentito di dover fare qualcosa. Mi sono inventato scrittore, io che in vita mia ho scritto soltanto ricette
(due i suoi libri: “Le lacrime di sale” e “Le stelle di Lampedusa”, ndr). Da tre anni giro l’Italia per raccontare tutto questo, soprattutto ai giovani. Perché devono sapere, sono la nostra speranza. E se tutto questo non basta, cosa posso fare ancora? Anche mia moglie, a volte, mi chiede cos’abbia ancora intenzione di inventarmi. E io lo so. Io voglio portare la mia testimonianza in Europa, anche se ora è qualcosa di sgangherato. È un’Europa molto lontana da come l’avrebbero voluta i padri fondatori, ma si può riformare. L’Europa è importantissima. Così ho scelto di entrare in politica, perché io ci credo. Mi candido alle prossime europee, con il Pd. La politica è dare, è servizio. E non dobbiamo mai vergognarci di dire queste parole: fratellanza, amore, rispetto, diritti umani. Altro che buonismo.








Questo è un articolo pubblicato il 06-05-2019 alle 15:49 sul giornale del 07 maggio 2019 - 812 letture

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