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Al cuore di una certa “fanesità”: PescAmare, la recensione in anteprima. Tutte le foto

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“Ogni tonno ha il suo modo di lottare”. Basta questo per riassumere lo spirito di un lungo lavoro bramato per quindici anni. Tanti ce ne sono voluti per portare sul grande schermo l’ultima fatica di Andrea Lodovichetti, che insieme a Luca Caprara ha finalmente finito di “confezionare” un docu-film inseguito davvero per tanto tempo. “PescAmare” è proprio questo: il racconto lento di vite vere, fatte di sacrifici e di fatica, vissute da persone che conoscono il mare al punto da sapere che ogni tonno – sì - ha il suo modo di resistere e di combattere quando viene catturato.

PescAmare è lento, sì. Ma è la stessa consapevole lentezza di chi lavora lontano dalla riva. E non potrebbe essere altrimenti. Non c’è frenesia – se non momentanea – nell’esistenza di un pescatore, e ogni eventuale esasperazione del ritmo avrebbe tradito lo spirito di ciò che si vuole raccontare. Per questo PescAmare si propone come la più onesta narrazione possibile di un’avventura quotidiana fatta di rinunce, ma soprattutto di preparazione e di attese.

Il risultato è un regalo alla città, una cerimonia in celluloide in cui a essere celebrate sono tradizioni a rischio estinzione. Eppure il cuore della marineria batte ancora, all’unisono con i cuori dei pescatori di oggi, a loro volta sulle tracce dei “portolotti” di ieri. Vengono raccolti in presa diretta tanti piccoli gesti, tessere minimali che compongono un grande mosaico, oltre a interviste accorate – spesso in dialetto - che rivelano una smisurata passione per il mare. Lo stesso mare che i pescatori più devoti non mollerebbero mai. Nonostante la fatica, il freddo, le alzatacce. Anche se il tempo passa, e lo scorrere dei calendari suggerirebbe uno stop.

Ogni fotogramma è impregnato di realtà, ma anche di nostalgia per un mondo che - nel tempo - è stato inesorabilmente trasfigurato. Realtà, sì, anche grazie alle musiche di un Francesco Montesi capace di accompagnare le immagini senza coprire il già splendido suono del mare. La sceneggiatura? C’è, ma rimane sullo sfondo. Come in trasparenza. Come a voler lasciar parlare il mare e chi sa come “trattarlo”. Il mare va rispettato. Lui non ha paura di nessuno, mentre ogni volta che un pescatore lascia la terraferma ha ben ragione di avere timore. C’è anche e soprattutto questo nel monumento a una certa “fanesità” realizzato da Lodovichetti e Caprara: un amore vero che – come ogni amore vero che si rispetti – terrorizza chi vi si abbandona. Ed è questo che fanno i pescatori. Giurano fedeltà al mare e gli dedicano buona parte del loro tempo. Fino a rischiare di deludere i figli con le loro assenza prolungate, gli stessi figli a cui donano il pane con il sudore della loro fronte.

“PescAmare” è poesia e abnegazione. Quella di chi è dedito al mare, ma anche quella dello stesso Lodovichetti, che con il suo docu-film corona un sogno lungo quindici anni. Per realizzarlo, lui e i suoi collaboratori hanno in un certo senso dovuto fingere di essere a loro volta degli uomini di mare. Hanno parlato con i pescatori, sono stati a lungo con loro. Hanno condiviso racconti, hanno assistito al lavoro sui pescherecci. Hanno bevuto morette. Hanno filmato la disperazione dei polipi che si arrampicano sulla bacinelle per sfuggire alla mattanza. Hanno visto i delfini da vicino e ammirato i gabbiani. Hanno – in altre parole – investito il loro tempo in mare, con gli uomini del mare, per tirar su tutto ciò che c’è prendere. Come pescatori, appunto. Così, ora, concedono a Fano un film che è più che altro un’esperienza. Un racconto di qualità su una tradizione che è dura a morire, perché ancora intrisa della passione di chi la porta avanti. Uomini di mare – spesso anche dalla pelle scura - e con il mare nelle vene. Capaci di navigare semplicemente inseguendo una certa stella. Come moderni Peter Pan incapaci di invecchiare, nonostante le rughe solcate dalla salsedine.





Questo è un articolo pubblicato il 14-12-2018 alle 14:09 sul giornale del 15 dicembre 2018 - 1521 letture