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“Un film che non fa sconti, nemmeno a Stefano”: intervista a Ilaria Cucchi, stasera al Politeama per la proiezione di “Sulla mia pelle”

4' di lettura
2023

Il film della discordia. Spettatori favorevoli contro una platea di contrari. Netflix – che partecipa alla distribuzione della pellicola - che se la prende con i centri sociali che ne promuovono la visione gratuita. Tra questi anche il Grizzly di Fano, che nei giorni scorsi si è visto rimuovere l’evento Facebook che pubblicizza la proiezione di stasera. Che gratuita, poi, non sarà (i biglietti, quasi esauriti, costano 5 euro l’uno). “Sulla mia pelle” verrà proiettato al cinema Politeama di Fano. Al centro, una storia che fa discutere e riflettere. Quella di Stefano Cucchi, morto nove anni fa durante la custodia cautelare. Sua sorella Ilaria ha trasformato questa tragica storia familiare in una coraggiosa battaglia civile. Nella storia di tutti noi. Come fossimo tutti Stefano. Ilaria, stasera, sarà al Politeama insieme a Fabio Anselmo – legale della famiglia -, e prenderà la parola dopo la proiezione.

Ilaria, cosa rappresenta per te questo film?
È qualcosa di estremamente importante, dal punto di vista emotivo e non solo. Mi restituisce un po’ di mio fratello, la nostra storia e le nostre battaglie. È un film estremamente forte, attuale, vero. È il risultato della battaglia che portiamo avanti da nove anni. Di tutto ciò che abbiamo sostenuto contro tutto e tutti, dal riconoscimento di mio fratello in obitorio in poi. Nel tempo è stata tanta la gente che si è unita a noi, ed è un’emozione grandissima vedere che c’è tutta questa voglia di vedere il film. E di conoscere Stefano, la sua storia oltre il caso giudiziario. Oggi la vicenda di mio fratello è diventata un simbolo per chi è in cerca di una speranza. Questo dà anche un senso al dolore.

La storia di Stefano, infatti, suscita sempre più interesse.
Sì. Lo vedo dalle manifestazioni d’affetto, in strada e sui social. Stanno aumentando, poi, le iniziative spontanee per promuovere la diffusione di questo film. Tutto questo mi capire che la vicenda di mio fratello non riguarda più soltanto noi, ma appartiene alla collettività. Ci dà la sensazione di aver fatto un lavoro enorme, cambiando le sensazioni delle persone e lo stesso immaginario collettivo. Oltre l’indifferenza iniziale. Capisco tutto questo anche dai commenti sui social da parte di chi ha visto il film su Netflix.

A proposito di Netflix, pare che la piattaforma streaming non abbia gradito tutti questi eventi gratuiti per la proiezione del film, mentre le associazioni promotrici vogliono semplicemente divulgare la pellicola per la sua forte valenza sociale. Come vedi la reazione di Netflix? Conta soltanto il vile denaro o c'è dell'altro?
Non conosco certe dinamiche. In questo senso io non ho un ruolo, ma posso dire che questo film è uno strumento utile per la battaglia civile che stiamo portando avanti. È importante e bellissimo che lo stiano guardando in tanti. Centonovanta paesi in tutto il mondo sono un’enormità.

Un dato davvero significativo.
Certo. In tanti si sono augurati che si mettesse la parola “fine” e che non se ne parlasse più. Per anni la storia di Stefano è stata negata, ma ora interessa a una moltitudine di persone. La mia battaglia è partita anni fa. Ho cominciato attraversando l’Italia, anche per parlare a platee composte da quattro o cinque persone. Lasciando a casa i miei piccoli. È anche questo il prezzo che ho pagato.

Tornando agli eventi promossi dalle associazioni, la proiezione di venerdì sera è sostenuta fortemente da un centro sociale fanese.
Già. E questo si contrappone al modo in cui Stefano è morto. Se n’è andato nella solitudine, nell’indifferenza generale di chi non ha saputo guardare oltre il pregiudizio, definendolo soltanto un detenuto tossicodipendente e rompiscatole. Il film racconta come certe persone siano sacrificabili. E con loro i diritti umani, di fronte a presunti interessi superiori. Questo deve far riflettere.

Gli attestati di stima non mancano, eppure ci sono ancora dei detrattori. Anche a Fano ci sono persone prevenute verso questo film.
Tutto nasce da un problema culturale. Ma a cosa ti riferisci, esattamente?

Al fatto, ad esempio, che questa pellicola sia uscita prima che terminasse l’intero l’iter giudiziario.
Il film non dà una sentenza. Racconta le cose in un modo vero, perché si basa sugli atti. Non c’è niente di inventato, non una virgola in più rispetto a quello che Stefano ha dovuto subire. Certe persone dovrebbero semplicemente andarlo a vedere. E ti dirò di più: questo è un film talmente vero da essere duro e spietato anche con mio fratello. Ci sono anche scene esagerate in cui non gli si risparmia nulla. Non è un film fatto per la famiglia Cucchi. È “soltanto” la storia di Stefano.





Questa è un'intervista pubblicata il 14-09-2018 alle 15:59 sul giornale del 15 settembre 2018 - 2023 letture