La lettera: "Il Santa Croce, un ospedale quasi perfetto"

8' di lettura Fano 04/03/2016 - Quando ci fu l’inaugurazione nel 1920, l’Ospedale di Santa Croce aveva qualcosa in più rispetto ad altri esempi italiani ed europei del tipo a padiglioni separati, inframmezzati e circondati da aree scoperte: era un ospedale – giardino e con un giardino bellissimo! una scelta voluta, una tipologia costruttiva derivata già a metà ‘800 dalla esperienza degli ospedali militari da campo, con tende allineate e distaccate in modo che aria, sole e la vista del verde- constatavano i medici di allora – contribuissero a migliorare sia lo stato d’animo che il tempo di guarigione.

E certo il Santa Croce sino a che rimase integro, grazie alle varietà arboree ben scelte ed allocate, le grandi aiuole fiorite, le siepi, la manutenzione, i piccoli abitanti dell’aria, sembrava un trattato delle carezze messo in architettura: attraverso gli occhi la bellezza dell’immagine agiva nella mente nei momenti di maggior fragilità … particolari dovuti alla cultura, all’empatia del progettista. L’autore sapeva che la bellezza è di tutti e che il potere di quelle immagini avrebbe suscitato sensazioni che andavano oltre a quel che rappresentavano, lasciando comprendere tutto quello che era stato taciuto … E l’autore dell’Ospedale di Santa Croce fu il concittadino Cesare Selvelli, ingegnere civile, persona attraversata anche dalla Poesia che esprimeva chiara nei moti affettivi in lingua fanese e pubblicava a pseudonimo di Giulio Astolfi. Un progettista- poeta, dunque: “Le finestre sono tutte collocate in modo che ogni malato può vedere un bel tratto di cielo, di campagna o di mare, e che la luce possa diffondersi in ogni angolo”, scrisse ne “Il vecchio e il nuovo ospedale di Fano”, ed. Il Monitore Tecnico anno XXVIII° n. 16, pg. 8, Milano 1922; qualcosa di più di una relazione di igiene sanitaria! L’autore non possedeva altro che la sua bravura; era un tecnico scrupoloso dai molti interessi culturali che, per esprimersi al meglio nello specifico, frequentò un corso di architettura ospedaliera e risultato vincitore al concorso comunale (1911), offrì gratuitamente alla sua città il progetto assieme all’assistenza ai lavori, iniziati nel 1914 e terminati nel 1917. Tanta buona grazia per il Bene Comune è esempio raro come lo fu il regalo alla città da parte della Congregazione di Carità dell’area per costruirlo. La funzione dichiarata da Selvelli circa le finestre: “e che la luce possa diffondersi in ogni angolo” sembra coincidere a posteriori con quanto le Neuroscienze attuali hanno chiarito sul ruolo del sole nell’aumento del livello di serotonina, un neurotrasmettitore dell’impulso nervoso tra le cellule del cervello che agisce da antidepressivo naturale e da stabilizzatore dell’umore. Oggi si scopre anche scientificamente come la luce sia terapeutica per le fragilità dell’anima. Da curare prima del corpo perché nella mente nasce il nostro bene ed il suo contrario, come praticava la millenaria assistenza caritativa ospedaliera religiosa, così come attuale appare il conseguimento di quella “mente ognor lieta” alla base del benessere, tramandato dalle antiche regole salernitane. Dunque, una luce innamorata attorno e sin dentro al malato! Ma dalle vicende costruttive del nucleo fondamentale del S. Croce, sin dall’origine predisposto per ampliamenti lasciando verso il lato mare ed il lato stadio due fasce di terreno per allargare l’ospedale in caso di necessità, possiamo vedere come le stesse vennero utilizzate nel secondo dopoguerra: giustificati dalla crescita della popolazione, negli anni sessanta si aggiunsero sia altri padiglioni simili ai precedenti riempiendo alcuni spazi vuoti tra quanto già costruito, sia l’alto edificio, nel centro del giardino, rivolgendosi gli amministratori del tempo ad Ettore Rossi, di origine fanese, il più famoso architetto italiano degli ospedali a monoblocco. Il monoblocco era la nuova tipologia ideata dal Razionalismo architettonico a metà anni trenta, per la quale i padiglioni invece che separati, venivano sovrapposti sin anche a otto piani; il parco era accessorio e si realizzava una notevole economia di esercizio e rapidità complessiva: tutto era studiato in modo funzionale alla gestione, ma il malato pur godendo della qualità delle cure, poteva sentirsi un numero indifferente sottomesso burocraticamente ad un regime di gigantismo ed efficientismo. Una visione che architettonicamente non corrispondeva all’ospedale ideato negli anni fuggenti della Belle Epoque da Cesare Selvelli, considerato sorpassato, come scritto nel 1964 nella relazione per l’Amministrazione fanese “ Progetto generale per la sistemazione, il riordino, e l’ampliamento ed altre parti ad esso collegate, con 6 piani fuori terra, uno seminterrato e uno interrato”, fatta dallo stesso Rossi per dare all’ospedale una definitiva messa a punto. Forse questo incontro di differenti tipologie architettoniche contribuisce ad un raro arricchimento culturale e storico per l’ospedale fanese, ma dall’operazione che avvenne a discapito della originalità del giardino, si aggiunse anche un padiglione-baracca prefabbricato ad un piano e in questi anni, l’ultima compatta costruzione a piano terreno nella quale è ospitato il pronto soccorso. Da queste evoluzioni si riceve il senso complessivo dell’arroganza con la quale vennero prese le decisioni, specie se si consultano le carte del P.R.G. Piccinato, validato nel 1967. Qui si vede come, con una variante successiva allo stesso piano, sulla fascia di terreno lasciata sin dall’origine a disposizione dell’ospedale per l’espansione verso lo stadio, sia stata concessa una lottizzazione privata. Un intervento urbanistico che suscitò le proteste della cittadinanza perchè la gente capiva che si privava l’ospedale di un verde che gli era proprio. Una vergognosa decisione che ancora rammarica. Povero Cesare Selvelli, povera Congregazione di Carità e povero Santa Croce che non fu più lo stesso! Così possiamo vedere come sia ormai finito il terapeutico giardino che tanto piacque ai nostri ascendenti e del quale i fanesi erano orgogliosi. “Ma un grande ospedale è giusto che stia in mezzo al verde”; “Sarà l’applicazione più integra dell’ospedale modello mai realizzata, credo che presto potremo cominciare il cantiere e sarà uno dei più belli della mia vita”. Così Renzo Piano alla presentazione(Dicembre2012) dell’ipotesi complessiva della “Città della Salute e della Ricerca”, un ampio ed innovativo complesso nell’area della demolita acciaieria Falck di Sesto San Giovanni che vedrà l’integrazione delle eccellenze dell’Istituto Carlo Besta e dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: la nuova sede comune per accogliere anche l’innovazione nella ricerca clinica pubblica nazionale ed internazionale per un aumento delle conoscenze e delle tecnologie. “ Niente monoblocchi inabitabili ma il paziente al centro, in cinque strutture separate, articolate nel verde, ciascuna con due piani interrati per impianti e sale operatorie e tre piani fuori terra per i malati. Da ogni stanza un terrazzo-finestra sporgente e vetrato permetterà di trovare il contatto diretto con il sole, vedere attorno parco ad alberi - 10.000, da piantare su 40 ettari - e di consumare i pasti in bella vista … Gli alberi, alti sino alla copertura dei padiglioni, abbasseranno la temperatura di circa due gradi ma saranno anche sinonimo di guarigione”. L’idea complessiva è quella del neo-umanesimo dell’ospedale del futuro già elaborata da Umberto Veronesi mentre la zona è ottimamente servita di tutti i tipi di comunicazione: costo previsto ad oggi è 500 milioni di euro. Come si vede, a distanza di un secolo, un’idea più ampia ed evoluta ; addirittura un ospedale-bosco che ricorda taluni aspetti del pur piccolo Santa Croce, ritrova spazio nei progettisti e non solo in Italia: l’ospedale- giardino, con il verde tornato fondamentale come valore terapeutico, con tutti gli aggiornamenti tecnologici nell’architettura e quelli per le necessità della scienza medica visto che solo in questi ultimi cento anni la medicina ha fatto più progresso che nei precedenti duemila. Oggi che l’amministrazione regionale avrebbe deciso per l’intervento contestato di Fosso Sejore, ancora una volta si esercita un raffinato disprezzo verso la bellezza e verso la partecipazione democratica, ovvero la peggiore disgrazia, nella quale possa infilarsi chi amministra, supponendo che il fatto di essere stato eletto ancora una volta dia il diritto di decidere nonostante le ampie contestazioni, lasciando ai cittadini che pagano di tasca e salute, ed a chi verrà, situazioni peggiori di quelle trovate. Certo sarebbe miglior cosa, come già fatto coi Beni Culturali, chiamare amministratori da oltralpe perché costano meno, sia perché nei loro paesi una laurea in Scienza della Pubblica Amministrazione la devono avere. Ci sono lutti che passano, si rimarginano, ed altri a tutti visibili che rimangono aperti ogni giorno: se possiamo provare molta riconoscenza verso coloro che vollero e fecero il Santa Croce, il cuore dei fanesi non potrà mai essere legato da un motivo di affetto nei confronti di chi è ormai passato via, trasformando persino i viali interni in strade mal asfaltate e relativi parcheggi per auto che mai dovrebbero essere ammesse e lasciando anche il ricamo delle condutture di inox sui tetti. I fanesi di domani rischiano di veder messe nelle mani avide degli attori del denaro privato le loro speranze di vita quando il Santa Croce, un patrimonio identitario pubblico, un bene storico, artistico e culturale da tutelare, rischia una fine immeritata.

Ps: Nelle immagini allegate , 1°) la pianta originaria del S. Croce; 2°) la sua immagine “a volo d’uccello”, come era quando venne inaugurato nel 1920: 3°) La planimetria dell’area del S. Croce nel P.R.G Piccinato del 1967 con la parte destinata all’ampliamento, “tradita” e consegnata alla speculazione edilizia.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 04-03-2016 alle 13:51 sul giornale del 05 marzo 2016 - 2580 letture

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