Ma quel Lisippo è greco e non è figlio di Fano o dell’Italia

5' di lettura Fano 11/03/2015 - Può far piacere o sensazione leggere riproposto sulla stampa nazionale, 'Fabio Isman, Il Messaggero del 2 marzo scorso', un argomento che a Fano si conosceva sin dal Dicembre 2013 in grazia di una giornata sul Lisippo organizzata dal Centro Studi Vitruviani, quando venne espressa l’opinione che la statua contesa al Getty non finì in mare durante il trasporto dalla Grecia ma naufragò dopo essere partita da Ancona verso Bisanzio, là inviata da Costantino

Una ipotesi espressa dal 'massimo esperto dell’artista già docente a Bari, alla Sapienza, poi a Roma Tre' nonché storico dell’arte, sin troppo bravo se si vuol ancora credere al mito degli esperti. Una ipotesi che sembra dirompere tutta la vicenda compreso il personaggio raffigurato; non più atleta vittorioso, ma Agone, divinità che presiedeva ai giochi sportivi in Grecia e poi a Roma. Nello stesso articolo si legge che la statua “E’ attestata a Roma e a Pompei dal tempo dell’imperatore Claudio” assieme ad altre opere di Lisippo, ed ebbe un rapporto figurativo con gli operatori di allora, influenzandoli; una specie di tracciabilità di quella postura in monete e pitture, quindi attraverso gli scalpellini di sarcofagi di epoca imperiale rivisitati dal Rinascimento, quel modo di rappresentare la figura umana sarebbe arrivata persino a Michelangelo. Un percorso plausibile, un nuovo punto di vista, se si esclude l’attribuzione della statua, rimasta quella risaputa anche se fatta solo su base stilistica.

La certificazione per affinità stilistica, si affida alle immagini delle opere di un autore accertato già conosciute da un esperto, per un confronto di somiglianza con un’opera da attribuire. Un sistema empirico legato ai sensi, all’esperienza, che viene usato in mancanza di altri documenti storici a comprovare la paternità dell’idea artistica ma che trova il suo debole nei limiti di ogni umano soggetto conoscente la scienza che in passato ha prodotto penosi quanto divertenti errori con dispute pluridecennali rimaste irrisolte anche in tribunale. E questo nonostante tale metodo sia stato perfezionato dall’acuto Giovanni Morelli, scopritore dei piccolissimi particolari figurativi, rivelatori cui nessuno badava ma ricorrenti nelle opere di uno stesso artista, in virtù dei quali, numerose attribuzioni furono cambiate. Da tempo la scienza della paternità su base stilistica è stata integrata da indagini di laboratorio sempre più penetranti ma se si mettono assieme più esperti per un giudizio univoco, spesso le rivalità culturali degli stessi finiscono col contrapporsi. Inoltre se da un giudizio di stima di autentica paternità o meno possono derivare all’opera valori mercantili altissimi o pressoché nulli, si intuiscono cose come dal recente 'Leonardo' pesarese.

Tuttavia quel che spinge a pensare diversamente sin dal titolo dell'articolo- intervista di Fabio Isman " Quel Lisippo è italiano" uscito col tempismo già detto, è che al di là delle interessanti novità, il medesimo sembra un titolo a sensazione anche per chi dovrà decidere sulla contesa per riavere la statua. Un articolo dove si intuisce che l’opera proveniente dalla proprietà romana antica sarebbe da intendersi come italiana. “Ed è parte del patrimonio artistico italiano: serve da spunto anche a Michelangelo per il Cristo del Giudizio Universale nella Cappella Sistina.” Mentre il nostro sommo artista non vide mai direttamente quel Lisippo. Certo è che una volta conquistata militarmente la Grecia, l’arte romana ne fu pressoché conquistata e quella rinascimentale, fu neo-greco-romana. Ed anche il modulo costruttivo che anima spazialmente il bronzo di Agone nacque in Grecia; quel Cogitum, il suo Kunst, affonda la radice spirituale nell’Ellenicità sin dall’inizio. Una radice che non è certo romana e poi italiana e quella divinità in statua non è figlia di Fano o dell’Italia, tale che ne giustifichi il ritorno. Di contro quando un’opera per sua rilevanza diviene proprietà culturale di tutta l’umanità deve essere affidata al Governo Internazionale seguitando la teoria del Contesto Artistico proposta da Quatremére De Quincy per la quale dovrebbe tornare in Grecia, se pur realisticamente resterà dove si trova.

E’ probabile che Fano dovrà accontentarsi della passeggiata del pianto sul molo col Lisippo II°, voluto da taluni che di Arte la sapevano lunga, giusto da fanesi, con l’augurio e la speranza che dopo aver assaporato il frutto amaro dell’esperienza nasca un saggio desiderio in tutti, sindaci compresi, di volerlo tutelare non a parole il patrimonio storico artistico ed ambientale locale cominciando col metter il vincolo paesaggistico su tutto il territorio, inserendo la finalità della bellezza nelle Commissioni Urbanistica ed Edilizia. Infatti, nonostante lo scontento per Porta della Mandria e per il P.R.G., ambedue operazioni della passata giunta, dopo la civilissima, orgogliosa votazione contro gli scheletri all’ex zuccherificio, la lezione sulla tutela sembra diventata meno difficile da assimilare.

Intanto lui, Agone, nella sua nuova vita, “di quelle vite che non si sa mai” cosa penserà della città dove un equipaggio e molti altri cittadini che lo videro nel noto sottoscala tacquero con le forze dell’ordine? macchiandosi di un reato contro Arte a discredito dell’immagine complessiva di Fano? Che penserà di coloro che lo diedero via “ guasiagratis” prostituendone la sua umana divinità? Lui che nessun giornalista ha mai intervistato immaginandosi dentro al suo pensiero di statua? e dal quale pensiero nessun giudice si è mai lasciato interrogare? Cosa penserà di Fano dove ancora nessun sindaco ha mai espresso dispiacere alla città di Sicione per il comportamento levantino ad un tempo indifferente – non vedo, non sento e non parlo - tenuto da nostri concittadini mezzo secolo fa? Non è forse una grande opera d’arte un essere più vero dei viventi visto che ancora riesce ad influenzarci, far agitare, a specchiare in quella sua nostalgia le fanciulle di Malibù e chiunque voglia guardarlo nel profondo? Perché pur senza il bianco degli occhi, né l’iride e l’oro perduto, attorno a quel viso si avverte ancora un filo d’aria di chissà che paradiso.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-03-2015 alle 12:09 sul giornale del 12 marzo 2015 - 616 letture

In questo articolo si parla di cultura, lisippo, paolo venturelli, atleta vittorioso

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