Porta della Mandria: lo scandalo del silenzio

porta della mandria 6' di lettura Fano 08/07/2014 - Dietro porta della Mandria, la linea del danno ha colpito ancora: una figuraccia da sottosviluppo culturale. Facciamo almeno come nel calcio: il tecnico se perde si dimette!

Nella nostra città “la linea del danno” (1) ha segnato un avanzamento ottenendo un ulteriore distintivo di incultura; si è arricchita e lo ha fatto come sempre impoverendo il patrimonio artistico e storico di tutti. Il rapporto tra il diritto collettivo del territorio dal quale discende quello privato e quest’ultimo, (2) sembra non interessare, e per chi ha deciso, nella precedente amministrazione, poco conta se si tratta della bellezza entro il cuore antico della città, nei luoghi che sono la nostra voce profonda e fa poco, se anno dopo anno la cultura ci abbandona. La lingua “barbara” forse eccitata dal famigerato piano casa che permette aumenti di cubatura, parla anche nel luogo più sacro della Fano romana: quella immediatamente dietro la porta della Mandria. Le particolari delicatezze archeologiche e culturali del luogo consistono nel fatto che nell’antico piano del traffico fanese, la Flaminia entrata dall’arco di Augusto, aveva qui il punto cruciale in uscita. E’ facile vedere, recandosi sul posto, che l’area confinante con via Mura Augustee, ed opposta alla stessa porta, ancora lascia intuire un ricordo su giardini privati del tracciato della via urbana romana che, dalla zona di S. Pirusquin allo stesso passaggio conduceva. Da qui, in direzione dell’attuale cimitero la via Flaminia, passata l’Arzilla, diveniva collinare.

E’ necessario ricordare inoltre, che la porta è il luogo-simbolo del miracolo civile che riuscì nel 1923 ad “un ingegnere contro” per fermare la demolizione totale delle mura: una difesa contro i barbari in casa; un “malseme” vivo in quegli anni, proprio come oggi e contro il sindaco proto-fascista del tempo, perso nell’ignoranza e nell’amicizia a costruttori che volevano far scomparire tutte le mura a fini edificatori. Allora, nonostante più di cento avvisi a tutte le autorità da parte dell’ing. Cesare Selvelli, dalle demolizioni iniziate col piccone e la dinamite, “scoppia con le mine l’imprevisto determinante che dice basta: nella demolizione riappare una modesta Porta Urbica romana (della Mandria; in passato chiusa e rivestita con una cortina muraria su ambo i lati). Giunge improvvisamente, da Roma, il Direttore generale alle Antichità e Belle Arti (fra gli avvisati da Selvelli). Fa, da libero cittadino, un sopralluogo sui lavori. Poi va in Municipio. Cordialmente, ammonisce, chi di ragione, che si sta commettendo una vera bestialità: quelle mura (precisa) sono il più alto diploma della nobiltà cittadina. Deplora. Ordina la immediata sospensione del diroccamento, passibile di denuncia alla Autorità Giudiziaria.”(3).

Sin qui la storia del luogo, paesaggio di una bellezza inquieta da pittura metafisica ancor più straniata a causa della odierna edificazione troppo vicina a tutto, troppo diversa dal contesto architettonico ed altamente invasiva. Una concessione per la quale la interpellanza urgente in consiglio comunale di Renato Claudio Minardi nello scorso aprile, nulla potè: la costruzione continua nella diabolica indifferenza con cui ad oggi si è lasciato che tutto accadesse. Se per impulso di Selvelli, si mossero le alte autorità pubbliche da fuori Fano, oggi deve muoversi la Cultura fanese per intero e bloccare la costruzione. Intendendo con ciò dire che non basta pubblicare bei libri patinati sulle passate glorie, magari col patrocinio e i soldi di fondazioni e banche e non vedere le presenti vergogne. Che città è quella che non sa rispettare i suoi valori identitari, se non una città senza più orgoglio? Cesare Selvelli a suo tempo venne minacciato “ad personam”. Oggi, di voci fanesi in difesa del patrimonio classico comune ho sentito solo quella del Presidente del Centro Studi Vitruviani, in certo modo tirato per la giacca da Francesco Milesi. Oggi che quel sindaco proto-fascista col piccone e la dinamite non c’è più, e con lui nemmeno “un claudicante Gerarca di importazione che lo invitano (Cesare Selvelli) a desistere e lo minacciano” (3), a maggior ragione la Cultura fanese dovrebbe inchinarsi solo al ricordo della figura morale dell’ingegnere ad un tempo colto e poliedrico umanista, ricco di poesia che alla fine ottenne la più dolce delle vittorie: il sorriso segreto delle pietre del “murum” ancora in piedi.

Se poi le leggi di tutela siano state rispettate o meno, nonostante tutti i timbri e le firme, sarà compito degli attuali amministratori accertare, come è auspicabile un ripristino del luogo. Già lo stesso Minardi si preoccupava per i tagli archeologici al sottosuolo operati per lo scavo di fondazione, senza che si sappia da parte della cittadinanza cosa si trova sotto, se sia stata fatta operazione di archeologia preventiva in una città dove si va alla ricerca delle romanità interrate quando tutto il sottosuolo è un monumento. La grandezza culturale di capire che i luoghi-simbolo come questo non possono essere scavati per esser concessi al cemento, tarda ad entrare nel pensiero di chi decide. Dormono sul fondo interrato di Fano i pavimenti figurati delle case romane e attendono di parlare con noi mentre quei mosaici se li sognano solamente i bambini. Una ricchezza di pensiero che è giusto far trattare in guanti bianchi da commissioni urbanistiche ed edilizie, non più “muse all’incontrario” ostili al bello e alla sua conservazione, ma ristrutturate nelle finalità, nei modi e nelle persone: un diverso capitolo di politica culturale ed urbanistica. A non farlo, la cultura fanese rimarrà “stutelata” e sarà solo la “linea del danno” a segnare ancora le sue rovinose vittorie.

(1) “la linea del danno” per identificare il lungo percorso distruttivo che vide e tuttora vede scomparire o maltrattare molti monumenti artistici, per mano fanese. Ha inizio nel 1898 col rifiuto degli amministratori del tempo di realizzare il parco ad anello largo 50 metri attorno alle mura ancor integre proposto dall’urbanista Enrico De Poveda. Ma per ricordare come eravamo e come più non siamo occorrerebbero immagini, mai messe sui luoghi degli scempi.
(2) Paolo Maddalena- vice presidente emerito della Corte Costituzionale- Il territorio bene comune degli italiani – Donzelli ed. 2014. L’autore rivendica la precedenza storica della proprietà collettiva del territorio su quella privata, sostenendola col pensiero della Costituzione.
(3) Cesare Selvelli- Recenti e Remoti- edizioni del liocornio- Milano, seconda edizione, 1962.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 08-07-2014 alle 20:05 sul giornale del 09 luglio 2014 - 2416 letture

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