Fano, la città dei mosaici perduti?

mosaico della pantera 5' di lettura Fano 11/05/2014 - “Staa-tent, sa che-el picon! che rompi el cuu-cul ma la pantera!” disse strascinando le vocali, quel signore alto, verso chi stava allontanando macerie e mattoni ancora sul posteriore della bestia figurata al centro del mosaico appena trovato. Angolo tra le vie Montevecchio e Guido Del Cassero: anno 1952. Quel pavimento lo conosciamo tutti e se la scoperta fu un incanto, la frase fece sorridere per anni gli appassionati delle antichità locali ed ancora inteneriscono quelle parole in fanese, tartagliate per l’apprensione del danno alle immagini.

Son le immagini, infatti, che producono emozioni se attraversandole si entra nell’antica mente dall’autore, come accade guardando le foto dei nostri avi: ci specchiamo in loro seguendo le linee dei volti di un tempo. Dunque l’azione del fenomeno artistico-culturale produce nella sensibilità una risposta, un arricchimento accessibile a chiunque. L’arte è di tutti. Nei fatti, la demolizione della casa cadente in quel luogo e la necessità di scavare per fondare la nuova palazzina ad uso dei religiosi di Fano aveva offerto la meraviglia di un grande mosaico in bianco e nero. Dedicato all’inventore del vino che scioglie gli affanni -Bianchello del tempo?- quando comincia l’ebbrezza. “Io so intonare il bel canto di Dioniso signore, il ditirambo, quando nell’animo sono folgorato dal vino”(1).

L’immaterialità dei disegni astratti attorno all’immagine naturalistica del culto dionisiaco, con la pantera, appunto, venne poi “strappata” a pezzi di circa un metro quadro e riconnessa a spese dello Stato per essere vista sotto la loggia del Palazzo Malatestiano; offerta alla documentazione della pittura antica ed al futuro. Tuttavia, conoscendo anche i fanesi e gli amministratori, quel signore alto col titolo di Cavaliere, cui tremava la voce, aveva qualche merito a temere per l’integrità dell’opera e poco conta sapere se fosse un dipendente comunale: a modo suo faceva da Soprintendente di pronto soccorso alle antichità se magari un pezzo di strada nel centro, dopo le piogge, sprofondava e la storia mandava fuori un sospiro. Perché già gravissimi scempi c’erano stati per mano fanese, molto prima dei bombardamenti aerei, delle mine ai campanili e poco era servito alla città il bassorilievo di rapidissima comprensione, voluto da una Congregazione di fanesi sin dal 1512 sulla facciata della chiesa di S. Michele, che mostra a futura memoria il contrasto ineliminabile espresso dall’arco di Augusto rappresentato integro accanto all’arco reale sconciato.

Qui si evidenziano gli opposti aspetti dell’agire umano, creare e distruggere, il prima e il dopo nel luogo della mutilazione. Così l’occhio, spostando lo sguardo, deposita in memoria il Concetto di Misfatto D’Arte mentre la mente acquista, con la consapevolezza del danno subìto, il sentimento del rammarico e l’impulso ad organizzare una difesa dei beni artistici. Un invito educativo che al mondo nessuno possiede se si riflette che solo a Roma in quegli anni si era cominciato a proteggere le antichità, ma usando divieti e vincoli. Un manifesto pubblicitario del cui valore a Fano nessuno si è accorto se si riesce con difficoltà a convincere chi amministra ad un miglior costume per salvaguardare l’arte cittadina quando i discendenti non nobilitano gli avi ma piuttosto sono le gesta degli antenati che coprono di vergogna i nipoti. E se neppure le misure repressive di tutela e vincolo dello Stato poterono più di tanto nella nostra città, vien persino da pensare che quegli Ostrogoti di Vitige, distruttori di Fanum Fortunae, abbiano lasciato parecchio Dna in giro: che non se ne siano mai andati del tutto, visto che i peggiori nemici delle bellezze di Fano, furono attraverso i secoli, una parte dei fanesi stessi, barbari a loro insaputa!

Così se i religiosi nel 1952 mostrando il ritrovamento della pantera ne favorirono la valorizzazione, come possiamo essere sicuri che lo stesso fecero coloro che successivamente ottennero di abbattere, scavare per fondare diversi nuovi edifici in centro, quando il centro è tutto un monumento proprio a partire dal sottosuolo e quei pavimenti sono quanto di più intatto all’interno della nostra romanità? Dove sarebbero finiti i mosaici che è facile ipotizzare al tempo delle ricostruzioni del dopoguerra come ancora presenti sotto gli scantinati delle abitazioni visto che le stesse, lungo le vie, si sovrappongono sui resti delle case romane? Questi possibili pavimenti, se ritrovati dopo le demolizioni, vennero mai mostrati e recuperati visto che oltre a quello della pantera possediamo poco altro? Vien da pensare che siano finiti via fra le macerie: è questo il dubbio che sorge, considerando anche la vicenda dei Piattelletti (2).

Oggi nessuno, in caso di ritrovamento, butterebbe un mosaico, ma le passate azioni ci hanno, appunto, mostrato altro. In mancanza di prove, l’unica possibilità di avvicinarci al vero, è porsi le domande giuste, intuendo che spesso la risposta più inquietante è quella che di più a quel vero si avvicina. Se il passato fosse stato tale, quei mosaici sarebbero perduti ormai. Non resterebbe che pensarli come antiche carezze, mai giunte al pensiero dei fanesi; un’infelicità nascosta che neppure il cioccolato dei carnevali riuscirebbe ad addolcire, od il Bianchello di Dioniso signore, quietare. Dopo la crisi dei grandi guadagni del cemento ed agli albori della annunciata economia del bello, ci si può solo chiedere se al posto di far primeggiare la cultura si scelse il rapido guadagno devastante, spinti dal desiderio di far presto a riedificare e vendere, forse distruggendo arte e suggestioni storiche, ma anche noi stessi perché una città è veramente insigne e ricca quando sa offrire tutte le emozioni della propria bellezza.

(1) Archiloco, poeta greco, frammento 77
(2) Claudio Giardini, Immagini dei Piattelletti. Ed. Elica, Fano 2008.
Nel caso della chiesa dei Piattelletti, si trattò di circa 1600 piastrelle da pavimento in ceramica a colori, ciascuna diversa nei disegni e nei simboli, con uno smembramento iniziato negli ultimi lustri del 1800 e terminato con la demolizione per l’intero edificio nel 1942.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 11-05-2014 alle 14:51 sul giornale del 12 maggio 2014 - 1264 letture

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