Paolo Clini commenta la proposta del vicepresidente Rossi: 'Cultura? Meglio arrendersi?'

Clini e Bracci del Centro Studi Vitruviani 3' di lettura Fano 08/02/2013 - Non scrivo queste mie note a nome del Centro Studi Vitruviani ma a titolo personale, a nome di chi negli ultimi 20 anni ha provato a fare qualche cosa per questa città, dalla lirica, alla creazione di cori e strutture per bambini, fino alle eccellenze del Centro Studi Vitruviani.

In un momento di crisi sembra che la gestione di tutto quanto concerne la nostra cultura e il nostro patrimonio (anche a livello nazionale) sia ormai competenza di soli contabili (con tutto il rispetto per questa importantissima categoria). E’ paradossale invece pensare che proprio in questo momento di crisi più che le calcolatrici e i numeri andrebbero messi sul tavolo cervelli, idee, proposte nuove, elaborazioni creative, orizzonti più ampi, ambizioni. E invece no. Abbiamo deciso di arrenderci ai numeri solo per nascondere una cronica mancanza di idee, una cronica incapacità ad avere il coraggio di scegliere più che continuare, banalmente, a dire che non ci sono più soldi.

Questo atteggiamento porterà naturalmente a far sparire le realtà di eccellenza che sono quelle che richiedono più attenzione e programmazione e a mantenere probabilmente un sottobosco utile, come sempre, ai consensi ma non davvero a fare di questa città un polo culturale come esso merita. E’ evidente che se si contrappone il contributo alla cultura a quello a una famiglia indigente bisogna avere il coraggio di portare tale ragionamento fino in fondo: chiudere il teatro, chiudere il Carnevale, cancellare Fano Jazz, il Centro Studi Vitruviani (anche se costa solo 10.000 euro all’anno) e chiudere i musei. Allora sì che tagliare la cultura servirebbe a qualche cosa. Ma se non si ha il coraggio neanche di andare in questa direzione allora servono solo idee e proposte nuove.

In questo senso mi pare che la proposta del vicepresidente Rossi colga anzitutto la necessità di avviare un dibattito serio su nuovi riassetti della cultura della nostra città (ma credo che se ne potrebbe parlare anche per un territorio più ampio). E questo è già un esito positivo che mi auguro possa mettere intorno a un tavolo a discutere persone intellettualmente libere e oneste e non legate a ordini di scuderia. Ma entrando nella sostanza della proposta di Rossi non posso che trovarmi d’accordo nel tentativo (certo complesso nel nostro contesto) di costruire sinergia tra le eccellenze culturali di questa città. Una sinergia che, anche se vi è chi l’intende diversamente, dovrebbe avere proprio lo scopo di riportare la politica e le istituzioni a riassumere il loro ruolo centrale nella gestione della cosa cittadina in un tavolo dove confrontarsi però con tutti quegli attori (anche privati) che sostengono la cultura del territorio.

Una Fondazione cultura che rivitalizzerebbe lo stesso teatro, gestita da istituzioni pubbliche e affidata a tecnici competenti che non siano espressione degli equilibri locali. Se esiste in questa città, come qualcuno ha sostenuto, una “cupola cultural massonica” essa si alimenta nella divisione e nelle contrapposizione tra associazioni e istituzioni, nel controllo dei contributi dati alle persone e non ai progetti, nel ricatto dei numeri. Una struttura di questo tipo garantirebbe qualità, eccellenza e trasparenza nella gestione e diventerebbe un forte attrattore di finanziamenti nella logica, oramai da tutti accettata, che gli eventi e la cultura, nelle sue accezioni più ampie, sono un unico organismo con diverse funzioni delle sue parti ma tutte orientate ad un’idea comune, da perseguire all’unisono, per la crescita sociale e civile di una comunità.

L’alternativa è arrendersi. Ma anche per questo ci vuole coraggio.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 08-02-2013 alle 15:34 sul giornale del 09 febbraio 2013 - 1316 letture

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