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Ciarlantini: 'Appello sui meccanismi di povertà'

soldi 3' di lettura Fano 17/07/2011 -

Il detto di uno dei grandi Padri della Chiesa cattolica, Basilio di Cesarea, ha forza di attualità sempre più drammatica: “Il mantello che tieni nell’armadio e non usi, lo rubi al povero che ne ha bisogno”. Nel corso del 2007 il Sindaco aveva annunciato la fine della “emergenza ROM”.



Ed era vero: i nostri ROM non stavano più per strada, ma in case, qualcuno lavorava e altri avevano prospettive per entrare nel mondo del lavoro. Oggi, a distanza di quattro anni, tante, troppe cose sono cambiate. Ora l’emergenza si sta allargando velocemente ben oltre i confini delle nostre quattro famiglie ROM, e riguarda fanesi di origine e fanesi di adozione, riguarda forse anche tutti noi. In una società in cui per vivere abbiamo “monetizzato” tutto, cosa può e deve fare una famiglia che non trova la via “legale” per avere moneta sufficiente per vivere? Io credo sia giunto, anzi passato, il momento di porsi questa domanda e tante altre simili. E’ ora di cominciare a pensare a nuovi modelli di società, con altri rapporti fra le persone, i gruppi e le famiglie; è ora di ripensare il lavoro e i suoi meccanismi, lo Stato e i suoi meccanismi. La scadenza di fine mese è ormai drammatica per molti e questo si traduce in uno stato crescente di insicurezza e problematicità del tessuto sociale. La fame finisce per non far guardare in faccia più nessuno. A parte alcuni che han trovato un qualche lavoro, io assisto impotente, come associazione “Il Samaritano” al dramma delle famiglie ROM che seguo da vent’anni.

Dove trovare vestiti, medicine, cibo, ecc.. per sé e per i figli? Qualcuno dice: “Vadano a lavorare”. Bene: e dove? E con chi? Altri dicono: “Riprendano la vita nomade”, ma non sanno che è passato ormai quel tempo ed essi desiderano essere cittadini come ognuno di noi. Ma ipotizziamo che i ROM non ci siano più a Fano: cosa dire dei tanti e tanti che affollano il mio ufficio di assistente del Sindaco, o ancor più i servizi sociali del Comune o la Caritas diocesana o le Caritas parrocchiali? Li mandiamo via tutti? Cominciamo a metterli in campi di concentramento? Perché il vero problema è che la coperta si è accorciata, e probabilmente si accorcerà ancora, e molto di più. Non è ora di cominciare a ragionare su come ridistribuire il reddito, come mettere un tetto ai tanti soldi che tanti hanno, senza fare operazioni di violenza su nessuno, ma facendo una vasta opera di sensibilizzazione su tutti? Quando cominciamo a pensare seriamente ad un futuro dove non ci sia da discutere solo sul Lisippo, sull’ex-zuccherificio, sulla ex-caserma, sul Teatro Romano e quant’altro riempie le pagine dei nostri giornali?

E’ ora di cominciare a dire le cose, almeno a far circolare idee e proposte, possibilmente mantenendo il livello di civiltà che abbiamo raggiunto e senza tornare necessariamente nella barbarie e nel mangiarci l’un l’altro. E’ ora di pensare seriamente che il vicino che ha fame è un mio problema. E’ ora di fare proposte concrete, in cui ci voinvolgiamo personalmente.

Ma, attento!, non credo che basti incrementare il fatturato delle aziende che costruiscono sistemi di sicurezza. La vera sicurezza ancora una volta sta nella civiltà dell’amore. Ricordiamo il monito del grande Raoul Follereau alla fine della seconda Guerra Mondiale: “Ormai il mondo si è fatto piccolo. O impariamo velocemente ad amarci e aiutarci tutti, o spariremo tutti e tutti insieme”. Potrebbe essere già iniziato da un pezzo il conto alla rovescia?

Uomini e donne di buona volontà, cominciamo a ragionare di queste cose..






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 17-07-2011 alle 17:59 sul giornale del 18 luglio 2011 - 425 letture

In questo articolo si parla di attualità, Primo Ciarlantini

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