Fermo: Nessuna donna è sola. Intervista a Chiara Ferrari, coordinatrice del CAV della provincia di Fermo

6' di lettura Fano 23/11/2020 - Quel giorno di sessant’anni fa, le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, venivano uccise. Per questo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite scelse, come Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, proprio il 25 novembre.

Per arginare un fenomeno tanto connaturato nell’umanità il primo passo è sensibilizzare. L’istituzione di una giornata ad hoc serve a questo, ma i centri antiviolenza sono operativi sempre. In provincia di Fermo, chi coordina il CAV e la casa rifugio, è la dott.ssa Chiara Ferrari. Con lei desideriamo fare luce sul fenomeno.

Covid e violenza sulle donne, una vera e propria emergenza nell’emergenza. Può fornirci qualche dato?

«Nel periodo febbraio-maggio abbiamo registrato una significativa diminuzione delle richieste di aiuto: solo 10 nuovi accessi. Rispetto al periodo di riferimento dell’anno precedente un calo del 20%. La presenza costante del maltrattante in casa ha impedito le richieste di aiuto. La maggior parte dei nuovi accessi è giunta dal 1522, segno che le campagne di sensibilizzazione promosse dal Dipartimento delle Pari Opportunità hanno sortito effetto. Successivamente, da maggio, le donne hanno ripreso a contattare il centro».

Come si è riorganizzato il CAV?

«Attraverso colloqui telefonici e videochiamate. Anche le consulenze legali e i colloqui individuali di supporto psicologico si svolgono con questa modalità e, da settembre, abbiamo ripreso i gruppi di auto mutuo aiuto, ma sempre in modalità online».

Nella casa rifugio nuovi ingressi sono stati possibili nonostante il Covid?

«Si, potevamo. Ci sono state date delle direttive specifiche ma, di fatto, nel periodo più stringente del lockdown non ci sono stati accessi come conseguenza del fatto che le richieste di aiuto stentavano ad arrivare. In generale, confrontandoci con le altre case rifugio delle Marche, in ognuna c’è stata una grossa diminuzione degli ingressi».

“I panni sporchi si lavano in casa” sentiamo spesso dire. Sta giocando ancora oggi un ruolo pericoloso la comunità?

«Il modo di fare della comunità ha un effetto molto forte sul modo di comportarsi delle donne vittime di violenza. Il giudizio della società pesa. Spesso si pensa che se qualcuna subisce violenza è colpa sua, e ciò spinge le donne vittime di violenza a non parlare perché si sentono colpevoli. Ѐ il fenomeno della vittimizzazione secondaria».

Ossia?

«Quella che subiscono una volta portato alla luce ciò che stanno vivendo dentro casa. Ѐ quando, ad esempio, nelle aule giudiziarie, a una donna vittima di violenza sessuale viene chiesto come era vestita. Oppure: “Ma come hai fatto a subire violenze per tutti questi anni? Se fosse capitato a me, me ne sarei andata subito”, quando, invece, uscire da queste dinamiche non è semplice come appare dall’esterno».

Chi sono le donne che si rivolgono al vostro CAV?

«Non può essere fatto un identikit. Sono studentesse, professioniste e pensionate, laureate e disoccupate, italiane e straniere. Si crede che il fenomeno possa riguardare solo le donne con un basso livello di istruzione o poco inserite all’interno della società ma non è così. Ѐ molto trasversale».

Le istituzioni stanno facendo il loro dovere?

«Stanno facendo tanto, ma c’è ancora tanto lavoro da fare. Ci sono stati dei fondi ad hoc per far fronte all’emergenza sanitaria sia per i CAV che per le case rifugio, e sono stati molto utili. C’è un’attenzione particolare da parte dell’Ambito sociale XIX. Ѐ importante che ci sia un costante lavoro da parte di tutta la rete territoriale, cosa che, purtroppo, nel periodo di emergenza è venuto un po’ meno».

Una volta contattato il CAV le donne sporgono denuncia?

«Facciamo insieme una valutazione, in base alla situazione specifica. La decisione spetta a loro. Noi possiamo solo fornire gli strumenti necessari per compiere una scelta consapevole. Quindi informiamo su cosa vuol dire denunciare, come è bene denunciare e cosa comporta denunciare».

Una storia che più l’ha colpita in questi anni c’è?

«Ogni storia è particolare e colpisce. Donne che per anni hanno subito maltrattamenti in famiglia e hanno trovato la forza di emergere, di sconvolgere la propria vita. Donne alle quali il marito non permetteva di lavorare, perché il loro compito era stare a casa con i figli, che si sono reinventate e si sono rese indipendenti. A colpire è la resilienza e la forza delle donne. Forza che non neppure loro credevano di avere».

“Non piangere come una femminuccia!”: che ruolo hanno stereotipi come questo? E come li sradicheremo?

«Gli stereotipi sono alla base del fenomeno. Ci siamo cresciuti anche in maniera inconsapevole, a partire dai giochi. Cucinetta e bambole per le femmine, pallone per i maschi. Bambine che devono essere più calme, maschi che sono più dinamici. Sono tutti stereotipi che condizionano il nostro modo di percepire i ruoli. Per scardinarli noi svolgiamo un lavoro di sensibilizzazione e informazione nelle scuole, con l’obiettivo di rendere i ragazzi più consapevoli».

La violenza si manifesta in tante forme. Qual è la più difficile da captare?

«Quella psicologica, perché non lascia lividi. Ѐ la più subdola, dura anni e mina l’autostima. Le continue svalutazioni conducono, nel tempo, la donna a credere di non valere nulla, di non avere voce in capitolo. Adesso che se ne parla sempre di più anche le donne iniziano a riconoscerla».

Perché dire basta è così difficile?

«Recidere un legame di affetto non è semplice, specie se ci sono dei figli. Molte donne che si rivolgono al CAV dicono di voler continuare per il loro bene. Noi cerchiamo di portarle a raggiungere la consapevolezza, invece, che per i figli è solo un danno. I bambini che hanno come modello un padre violento corrono maggiormente il rischio di diventare maltrattanti a loro volta, da adulti; le figlie femmine invece tenderanno a ricercare un partner maltrattante».

Lo stigma nelle cause di affido ha il suo peso?

«Sicuramente. Nelle cause di maltrattamenti in famiglia si apre anche una procedura al Tribunale dei Minori e venire giudicate come madri non è facile. In alcuni casi, però, è l’unica strada percorribile per proteggere se stesse e i propri figli».

L’uomo maltrattante invece che fine fa?

«Il CAV non accoglie uomini maltrattanti. Per loro ci sono dei percorsi appositi per renderli consapevoli rispetto alle azioni compiute. Nelle Marche c’è un unico punto: il “Punto Voce”, in Ancona».

Non se ne parla molto: richieste di aiuto da parte del sesso opposto ci sono?

«Esistono casi di uomini vittime di violenza, ma non ci sono centri specifici dal momento che il fenomeno non è comparabile a quello delle donne vittime di violenza».


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questa è un'intervista pubblicata il 23-11-2020 alle 17:32 sul giornale del 25 novembre 2020 - 352 letture

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