Messa degli Oli Santi, celebrata il 28 maggio anziché il Giovedì Santo. L'omelia integrale del Vescovo Armando

10' di lettura Fano 29/05/2020 - Talvolta le persone perdono la loro direzione nella vita, un mondo in cui ci si accontenta di bocconi di vita vissuti a scapito degli altri, senza desiderio di una vita piena, senza capacità di immaginarsi una visione di insieme della vita, quasi che una vita completa, una storia intera sia noiosa. Ma questo non deve scoraggiarci, né farci pensare che le vie per l’annuncio incarnato del Vangelo siano ostruite.

Al contrario sta davanti a noi la grande opportunità che la comunità cristiana ha sempre conosciuto nella sua storia, anche nei momenti più difficili: quella di rendere ragione della speranza che ci abita (1 Pt 3,15) di mostrare nel quotidiano che, se si ha qualcosa per cui morire, si ha qualcosa per cui vivere.

Che cosa ha dato tanta energia ai nostri genitori? Che cosa ha dato a tanti uomini e donne l’energia di lottare fino alla morte?

La visione, i sogni. Quando ci sono dei sogni, potenti e coinvolgenti, abbiamo sempre riserve di energia. Possiamo sempre trovare qualche lato oscuro e silenzioso angolino del nostro cuore dove sprizza una nuova fonte di vita e di forza. Ma scopriamo queste cose quando siamo lungimiranti, quando abbiamo dei sogni.

La persona che coltiva un ideale ha qualcosa per cui morire, per cui offrire la propria vita. Se si ha qualcosa per cui morire, si ha qualcosa per cui vivere. Si avrà energia per morire e, naturalmente, la si avrà per vivere.

Il motivo del mio morire è quel Gesù che io amo e le persone che ho amato. Dunque il motivo del mio vivere è quello stesso Gesù e le persone che ho amato.

Dispiace vedere persone senza energia, specialmente se sono giovani.

Quali sono oggi i sogni del nostro popolo? Spero di sbagliarmi quando ho paura di un futuro privo di una chiara visione che stimoli la nostra generazione e quella successiva a impegnarsi. Una ricerca priva di visione provoca stanchezza, la stanchezza genera frustrazione, e la frustrazione alimenta la violenza. Una violenza che si accompagna all’intolleranza verso l’altro, che è una cosa molto sconcertante. Siamo sempre più intolleranti gli uni verso gli altri, e di solito sono gli altri a rappresentare il capro espiatorio dei mali che troviamo nella chiesa e nella società. Non vogliamo ammettere che la vita sta perdendo significato. Accade tra i membri di una famiglia, tra i condomini che abitano in uno stesso palazzo, ma anche nelle relazioni internazionali.

E’ una visione troppo tetra del nostro tempo? Sì, ma nello stesso tempo, di solito è proprio nei momenti oscuri e inquietanti che lo Spirito soffia più forte.

Allora, che fare? In quale direzione andare? Dove ci porterà la nostra fede in Gesù Cristo?

La fede cristiana offre una visione della vita, dell’umanità, di ciò che possiamo diventare in Gesù Cristo. In un’epoca di disillusione, ci volgiamo alla fede per risvegliare i nostri spiriti languenti e per trovare rinnovato vigore nella ricerca della pienezza di vita. In che modo la nostra fede in Gesù, il Signore crocifisso ma risorto, ci rende capaci di affrontare un mondo frammentato? Che cosa ha da offrire?

Un contributo che i cristiani possono dare è il recupero del valore della comunità in un mondo diviso. La comunità è un potente segno di speranza per un mondo distrutto. Viviamo in un tempo e in un mondo in cui abbondano i segni di disperazione. La nostra vita è segnata dalla frammentarietà, dall’esclusione, dalla violenza e dalla distruzione, nelle famiglie, nei quartieri, nelle nazioni. Le donne e gli uomini del nostro tempo, di conseguenza, hanno un gran desiderio di comunità autentiche dove poter trovare pace e integrità. L’evento della Pasqua, il trionfo di Gesù sul peccato e sulla morte, ci dona una vita nuova. Speriamo, come popolo pasquale, di poter condividere la luce della Pasqua per dissipare le tenebre che avvolgono il mondo. La fede nel Signore risorto può dare lo slancio per vivere come comunità. Infatti la prima comunità cristiana è nata dalla fede nel Signore risorto.

In quanto comunità cristiana dobbiamo riscoprire, ritrovare e riprenderci la forza della Pasqua, questo elemento centrale della nostra fede – la speranza nella venuta di una nuova vita – che è il simbolo più potente della fede che può trasformare le nostre vite, la Chiesa, il nostro paese, il mondo.

Rileggendo i racconti della Pasqua nelle Sacre Scritture, speriamo di vedere con rinnovata chiarezza come la fede nel Signore risorto dà vita alla comunità.

Dopo l’arresto di Gesù nel giardino del Getsemani, i suoi discepoli si dispersero. La paura probabilmente li spinse a nascondersi. Scoraggiati e arrabbiati con se stessi, e anche con Gesù, devono aver perso il loro originario zelo per lavorare insieme alla liberazione di Israele. La missione di Gesù era fallita. I suoi amici e seguaci lo avevano abbandonato. Avevano smarrito la strada. Si erano separati gli uni dagli altri. Come fecero i discepoli dispersi a ritrovarsi di nuovo? Che cosa li riunì nuovamente come comunità? Fu la loro fede nel Signore che apparve loro risorto. Non disse parole di condanna ma di pace. Si manifestò a loro non per giudicarli, ma per perdonarli. La comunione infranta dell’infedeltà e dell’egoismo fu guarita e restaurata da colui che trionfa sul peccato e sulla morte. Il Signore risorto li radunò ancora. La loro esperienza comune della risurrezione del Signore e la loro confessione comune che il Risorto era il Cristo li raccolse insieme come comunità di fede.

Questa ri-unione fu sigillata dal dono dello Spirito Santo che poi continuò a dare ai discepoli insegnamenti su Gesù. Quindi lo Spirito mantenne viva la fede dei discepoli in Gesù e la comunione con Lui.

E lo Spirito continua a ravvivare le comunità cristiane in ogni luogo e in ogni tempo, ispirando la fede e la comunione tra i seguaci di Cristo.

Come lo Spirito risorto radunò nuovamente i suoi scoraggiati discepoli manifestando il potere della misericordia e della riconciliazione sul fallimento e sull’infedeltà umani, così lo Spirito Santo sempre radunerà uomini e donne che credono nel Signore risorto.

Il potere della risurrezione. Luca racconta che le donne andarono al sepolcro “al mattino presto”, segno del loro desiderio di compiere un amorevole servizio al Signore Gesù. Non trovando ciò che si aspettavano, rimasero perplesse e impaurite. Per di più, in quel primo momento non si accorsero neanche del miracolo della risurrezione, perché si erano dimenticate le parole che Gesù aveva detto diverso tempo prima. Toccò agli angeli risvegliare la loro memoria: “Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno” (Lc 24,6-7) Le donne stavano cercando la cosa sbagliata, il corpo deposto nel sepolcro, perché non si ricordavano...

La risurrezione implica la questione della memoria e della dimenticanza. Per noi l’esperienza della risurrezione si rinnova quando facciamo memoria di Gesù, mediante un ricordare che risveglia non solo i ricordi, ma anche gratitudine e speranza.

Fare memoria di quello che Gesù ha insegnato e promesso ci dà la forza di sollevarci al di sopra dei segni di morte che ci circondano. La sfida che ci sta davanti è mantenere viva la risurrezione mantenendo vivo il ricordo di Gesù. La vita cristiana si basa sul fare memoria.

Mantenere vivo il ricordo di Gesù significa anche ricordare come Dio ha reso giustizia a Gesù, vittima di ingiustizia. Di conseguenza la risurrezione comporta il mantenere viva anche la memoria di altre vittime, quelle che il mondo vuole seppellire e dimenticare. E’ una memoria che da fastidio, perché ci ricorda la crudeltà degli esseri umani nei confronti del loro prossimo. E’ anche una memoria scomoda, perché contiene la promessa della potente giustizia di Dio, che è una minaccia per chi fa del male agli altri.

E’ la dimenticanza a convincerci che Dio non ha rovesciato il peccato e la morte.

Quando le donne si ricordarono, tornarono dagli undici apostoli e dagli altri discepoli, annunciando ciò che gli angeli avevano detto loro. Il potere della memoria le aveva conquistate. Da discepole impaurite e confuse si erano trasformate in ardenti proclamatrici della Buona Notizia. E’ la Buona Notizia e non possiamo fare a meno di proclamarla con passione ed entusiasmo.

Il vero evangelizzatore è talmente preso dalla bellezza della Buona Notizia da riceverne l’energia per annunciarla agli altri. Se ci sentiamo timidi e impacciati, dovremmo farci una domanda fondamentale: “Sono davvero convinto che la notizia che sto portando è buona?”. E’ una buona notizia per me? Mi ricordo della speranza che offre a me e al mondo? Sono affascinato da quello che ricordo?

La nostra fede nella risurrezione riposa sull’accettazione dell’amore della croce di Gesù. Più ci allontaniamo dalla croce e la respingiamo nell’oblio, più la risurrezione diviene una realtà distante nelle nostre vite. Solo portando nell’amore la croce delle vittime della storia e della società diventiamo agenti di speranza nel mondo.

Per noi cristiani l’Eucaristia è una speciale occasione di incontro per fare memoria dell’amore crocifisso di Gesù e della sua gloriosa risurrezione. Siamo anche confermati nella speranza che i poveri, gli storpi, i ciechi e tutti gli ultimi siederanno con Cristo al banchetto eterno. Il memoriale eucaristico fa veramente della Chiesa il corpo di Cristo. Giustamente Sant’Agostino dice: “Tu, popolo di Dio, sei ciò che ricevi. Hai ricevuto il corpo di Cristo. Tu sei il corpo di Cristo. Sii ciò che ricevi. Sii ciò che celebri”.

Nessun rituale fa pienamente di noi il corpo di Cristo. Solo quando ci impegniamo nel lungo e doloroso processo di fare della nostra comunità umana il corpo di Cristo, il nostro riunirci intorno alla mensa del Signore diventa accoglienza significativa del corpo di Cristo.

Ma, come formiamo la comunità? Che cosa rende una comunità degna di dire di sé che è la manifestazione o la memoria vivente della Parola e della presenza del Risorto?

Credo fermamente che ciascun sacerdote, dovrebbe ogni giorno evocare la propria unzione crismale, odorare il Sacro Crisma, lasciarsi continuamente profumare da quella mistura di olio insieme al balsamo.

Riassaporare il profumo del Crisma. E’ l’esercizio che ogni sacerdote dovrebbe ripetere quotidianamente, per tenere sempre desta la sua vocazione. Per i sacerdoti ogni giorno è il Giovedì Santo, quando il vescovo, in ogni diocesi del mondo, consacra i tre Oli, del Crisma, dei Catecumeni e degli Infermi.

Il corpo di ogni sacerdote è un torchio dove si spremono le olive, facendo grondare di letizia e di esultanza la comunità cristiana, oltre che la propria esistenza personale.

La fragranza e la potenza dell’olio di olivo! Nessun sacerdote deve poter mai rinunciare, per nessun motivo, alle potenzialità derivanti da quella fragranza di cui si è unti! Quell’olio consacrato, il Crisma, è un balsamo che gli dà la forza. Ungendo, come il marchio indelebile di un sigillo, i sacerdoti vengono onorati della grazia di Dio. Una grazia da trasmettere.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-05-2020 alle 15:30 sul giornale del 30 maggio 2020 - 221 letture

In questo articolo si parla di chiesa, attualità, fano, Diocesi di Fano, comunicato stampa

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