Venturelli: "Ancora su Fano città capitale europea della cultura"

9' di lettura Fano 13/09/2019 - Così, dopo il mio scorso articolo su questo portale a rappresentare anche le ragioni che spinsero Melina Mercuri a chiedere di istituire Capitale europea della cultura, ragioni che il Parlamento Europeo concretizzò a partire dal 1985 come strategia educante di lungo periodo, rivolta a promuovere il reciproco rispetto culturale tra i cittadini dei vari Stati.

Veduto inoltre che, i sindaci di Urbino e Pesaro, si sono espressi per “divinare” a Capitale del 2033, le loro città, e visto nel merito il turbamento di altri sindaci, diviene divertente aggiungere, ciò che Fano città di Vitruvio, potrebbe proporre onde partecipare alla stessa celebrazione europea. E farlo, mettendo in evidenza le specificità culturali urbanistiche da nessun altro possedute, attraverso un progetto per rigenerare ed attualizzare nelle cose cittadine fatte e da fare, quegli stimoli presenti nell’opera universale di Vitruvio, idonei al migliore sviluppo di Fano. E se le cose fatte da 2.000 anni, Arco e Murum, sono scontate, (ad eccezione del tratto di mura da ex Porta Giulia alla Fortezza malatestiana, ingiustamente maltrattato a parcheggio e traffico), non risulta affatto valorizzato l’Acquedotto vitruviano, in uso sino al 1902. Opera di possibile ripristino, dove le vene di raccolta partono dal Prelato di Monte Giove. Struttura che pur essendo stata la costruzione idraulica più importante per la nostra sopravvivenza prima dell’entrata in funzione del nuovo acquedotto nel 1903, risulta abbandonata, con la poca acqua ancora prodotta dispersa in un fosso a Centinarola, mentre trattasi di un’acqua assai intrigante per valore culturale. Ma una raccolta di acque che, potrebbe subire dei danni se venissero coinvolte in quei sottosuoli le vene di captazione a causa di palificazioni profonde, che si mettono per assicurare stabilità alle fondazioni, se si farà un nuovo, banale, quindi visivamente brutto monastero, sfigurante nei confronti della visione del divino paesaggio circostante con ben 8.198,72 metri cubi di volume utili fuori terra.

Uno scempio deliberato dopo pochi mesi dalla formazione della precedente giunta Seri, il 25/9/2014,al n° 386. Cosi che contro questa imperdonabile scelta che prevede una apposita variante al PRG, occorrerà, con vivo dispiacere protestare; mettere contro ogni parola possibile e fare manifestazioni di pubblico dissenso perché è questa del paesaggio sciupato un’operazione tipica di una indesiderabile città dell’incultura, quando il paesaggio agricolo fanese, unico orgoglio urbanistico del nostro tempo, fino ad oggi è stato tutelato e mantenuto in modo eccellente, eccettuati i campi “coltivati”con pannelli fotovoltaici a terra, concessi per legge regionale. Ma se il prospettato monastero preoccupa ambientalmente anche per il suo materiale peso edilizio sopra una ampia zona di frane continue, c’è che la stessa è anche ricca di testimonianze archeologiche preromane. A fianco di queste negatività, senza che possa apparire una consolazione, rimane un piacere esibire il recente Museo della via Flaminia e ringraziare gli amministratori, vista la ben ragionata organizzazione che espande l’offerta culturale romana lungo la valle metaurense. Lo stesso dicasi per il risistemato Museo archeologico e Pinacoteca.

Ma limitarsi a mostrare le romanità fuori terra, è riduttivo; diviene un’inerzia non più sopportabile oltre, quando con la sua complessità, è il sottosuolo a rivelarsi a sorpresa il nostro bene primario che deve spingerci a riattivare le indagini tecnologiche nel profondo di tutta la città romana, partendo dagli interrati dei palazzi privati e pubblici, da tutte le corti, vie, piazze e giardini. Quando sarà possibile ridurre questo sottosuolo a schemi, per confronto con altre strutture leggibili di città romane già note, onde rintracciare quegli elementi predittivi possibili e riordinare anche i resti sotterranei di Fano? sarà fondamentale investirci la somma che serve; ed il luogo e la pianta più o meno pavimentata della Basilica che interessa il mondo intero, verrà fuori come un puzzle dalla tecnologia e dal sacrificio personale. Con auspicio che l’evento possa verificarsi per azione diretta di qualche acuita mente fanese di ricercatrice, attivatasi e sbocciata anche grazie al benemerito Centro Studi Vitruviani. Oltre a tutto questo, la ventilata nuova idea di costruire un museo con 10 sale, una per ciascuno dei 10 capitoli del De Architectura, aggiungerebbe sostanza all’operazione Fano-Vitruvio- Capitale europea della cultura, ma, se pur fondamentale per gli studiosi di tutto il mondo, lo stesso museo, indurrebbe ulteriormente solo la riflessione complessiva su quell’opera teorica, ma ben poco cambierebbe nella città se assieme ai cittadini non si costruisse un progetto di rigenerazione urbana del genere di quanto iniziato con Orizzonte Fano 2030. Uno strumento per azioni concrete; un progetto/destino delle persone partecipi ; dei cittadini ascoltati ed incoraggiati a fare città.

E più oltre a quanto espresso, resta meta realizzabile nell’urbanistica fanese quella di attualizzare, adattando nel futuro PRG, i tre principi, detti Triade vitruviana; l’ Utilitas, ovvero la reale necessità di costruire in modo razionalmente organizzato sul territorio, almeno come riparazione postuma, se è vero che esistono per concessione comunale più di 10.000 appartamenti inutilizzati e dunque dannosi, eredità del passato e destinati a rimanere vuoti. La Firmitas, cioè solidità e durata del costruito, per non dire della sicurezza riguardo ai moti della terra e delle acque, visto che attraverso concessioni del passato, la fascia costiera, specialmente nella zona sud del Metauro, è stata edificata dove il terreno è destinato per sua natura a finire spesso sott’acqua. E visto il recentissimo inciampo di due edifici scolastici fanesi sotto responsabilità della Provincia. La Venustas, quando gli occhi per vedere che, quasi tutte le realizzazioni concesse sul territorio dall’inizio dello sviluppo post-bellico, non abbelliscono certo il paesaggio: l’esempio già bastante è la spalmatura di cemento offerta allo sguardo dalle mura verso il mare. Un PRG, “culturale,” partecipato, quello auspicabile, onde concorrere a Capitale europea della cultura, con l’integrazione, nello stesso, della proposta del “Giuramento di Vitruvio” rivolto ai progettisti, con prevedibile ricaduta positiva su città e territorio. Documento simile, tale giuramento, derivato dalle norme di dovere professionale del Giuramento di Ippocrate per i medici: operazione nuova, ed antica, dal 2014 proposta in Italia da Salvatore Settis archeologo, storico dell’Arte, eminenza internazionale di politica culturale che, nel Centro Studi Vitruviani fanese c’entra, eccome! E, Giuramento, dallo stesso Settis dedotto elaborando le norme di Vitruvio di 2.000 anni fa col fine di “ritutelare” nel nostro tempo il prestigio della categoria dei progettisti, la qualità dell’edificato ed il territorio, nel rapporto con committenze e bene comune. Vero è che oggi i progettisti non possono più controllare ogni parte della complessità anche burocratica del costruire e forse anche per questo l’istituzione del Giuramento vede ancora i relativi Ordini professionali, poco favorevoli all’accettazione del nuovo impegno, con ciò evidenziando una estrema prudenza corporativa.

Ma per Fano città di Vitruvio - noblesse obblige - e per la politica locale, dovrebbe essere un prestigio, favorire, convincere i progettisti all’adesione a questo Giuramento affinché lo stesso non resti solo un sogno bene auspicante di Salvatore Settis; ma non è forse dalla pianta di un sogno disegnata in scala e che non somigli al sogno di nessun altro che sono sempre nati i progetti più memorabili? Attualizzare Vitruvio, è una operazione da antica città fuoriclasse dell’urbanistica che Fano ha la potenzialità di realizzare. Inoltre per Fano non può esservi alcuna revisione delle politiche urbane in senso culturale senza porre estrema attenzione anche al suolo del territorio che ci nutre, al sottosuolo ed ai loro rapporti ad iniziare da quella cultura romana del trattamento delle acque cui tanto insiste il nostro teorico dell’architettura, senza dimenticare mai che la città, assieme alla retrostante campagna collinare la si deve necessariamente considerare anche veduta dal mare come un sistema unico, una infrastruttura di parti in rapporto continuo di scambio. Per questo viene allegata al presente articolo l’immagine di una tela ad olio rappresentante “ Fano e colline visti dal mare a volo d’uccello”, custodita nel nostro museo ed attribuito alla bottega dei Morganti. Ritenuta attorno alla metà del 1500 e dai colori molto “grattati via” nella parte rappresentante il centro storico, col porto allora diffuso in esteso sulla riva del mare sotto le mura; con la due fortezze e dietro la città l’organizzato contado collinare. Ecco il sistema dal quale ancor oggi non si può prescindere senza considerarne parte viva il mare che offre una potenzialità culturale ancora da analizzare per atto della ricerca di relitti ricchi di alcuni millenni di storia. In un progetto di partecipazione a Capitale europea della cultura, Fano non può mancare di dedicarsi saggiamente anche a tale archeologia subacquea da aggiungere a quella di terra. Un capitolo da progettare, quando a promuoverlo dovrebbe essere proprio il Comune, in alternativa alla “novelas” della statua greca.

Attività che nessuno a Fano ha mai fatto. Una pesca archeologica, super attrezzata, super tecnologica, super etica. Un progetto da definire come piano di fattibilità, dai giovani della politica. Ed un progetto definibile per opportunità di lavoro, facilitato dal gran volume/deposito vuoto che offre la Caserma Paolini come magazzino attivo dei reperti. Ed il tutto non in vista di un inconcepibile concetto di appropriazione del reperibile, ma di svelamento di beni classificabili, restaurabili, museabili, esponibili, ovviamente anche restituibili se del caso, con partecipazione da parte di altri paesi, sia alla ricerca che alle spese sostenute per operazioni di interesse europeo. Tra le molte perle che Fano possiede nella sua collana di beni culturali, non può mancare la valorizzazione del genio di Giacomo Torelli, architetto e scenografo teatrale fanese di chiara fama europea già dal 1600: uno che il suo Vitruvio se lo era studiato bene. “Il grande mago dell’immagine” noto per i suoi punti di fuga che “sfondano” l’orizzonte delle visioni (si intende la capacità di rappresentare la percezione della profondità, su una superficie) ed al quale sembra obbligo, almeno a Fano, riferirsi per memoria culturale con progetti di parafrasi, qualora si cercasse di riconferire dignità di bellezza mediante i cosiddetti restyling , a vie e luoghi cittadini … Ma le forze politiche avranno la volontà di realizzare almeno qualcosa del tanto qui scritto? Vorranno veramente partecipare con Urbino e Pesaro a Capitale europea della cultura 2033? vorranno osare qualcosa sopra la pianta di un sogno? di un sogno che non somigli a quello di nessun altro?

Nell'immagine "Veduta della città di Fano" - bottega dei Morganti. ( sec. XVI )








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 13-09-2019 alle 11:18 sul giornale del 14 settembre 2019 - 829 letture

In questo articolo si parla di cultura, fano, paolo venturelli

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