Venturelli sull’acquedotto romano del Prelato: "Progetto nuova fontanella un regalo di Reginelli a cittadini e città"

6' di lettura Fano 24/04/2019 - Il filosofo, saggista e politico, Michel de Montaigne, nel 1581 visitò anche la nostra città che descrisse nei suoi appunti di diario, “Viaggio in Italia”, la cui lettura offre qualche rappresentazione che ci riguarda ancor oggi.

Montaigne fu il primo dei tanti uomini di pensiero europei a girare la penisola, inaugurando la letteratura di viaggio, la moda cosmopolita delle visite e del turismo culturale in un paese sempre sorprendente per la variata bellezza del paesaggio, per l’eccellenza dell’Arte e per le sovrapposizioni storiche ovunque visibili. In tutta Europa, detto “Il Belpaese”, ma che a partire dal nostro secondo dopoguerra, qualche lingua straniera tagliente il giusto, dichiarò essere ormai, il Belpaese, solo un noto formaggio… E chi volesse visitare l’Italia, doveva muoversi, prima che gli italiani finissero di distruggerla… Mentre oggi, una accresciuta cultura complessiva ovunque cerca di evidenziare gli “Itinerari della bellezza” almeno per guadagno turistico.

Ma al tempo di Montaigne c’erano in piedi molte più opere antiche di pregio che non oggi e quelle che ancora resistono ai ”barbari in casa”, alle vibrazioni del traffico nei centri storici, all’opportunismo degli amministratori che non dicono si, non dicono no, erano meglio conservati, come si vede nelle stampe di riferimento dell’epoca. Uomo profondo, Michel, e curioso, scrive delle donne fanesi, dell’Arco di Augusto, dell’estetica urbana cittadina, ”piuttosto mal costruita ma ben recinta”, del cibo semplice e molto buono; pane, vino, pesce; dell’alloggio mica tanto, delle “osterie piene di rimatori che improvvisano, dove si canta e suona”… ma lo stesso testimone che nella mente serbava Fano, ci informa che “In confronto alle rimanenti città costiere come Senigallia, Pesaro e altre, essa offre il vantaggio di disporre d’acqua dolce in abbondanza, con molte fontane pubbliche e private, laddove le altre sono costrette a ricercar acqua fin sui monti.”

E noi oggi comprendiamo come quella ricchezza fosse offerta dall’acquedotto romano che c’era; quello che diciamo del Prelato. Nel frattempo bisogna scrivere che detto acquedotto è una sotterranea raccolta di acque di sorgenti collinari, in vasche fatte di pietra cotta (rara definizione che Pier Maria Amiani, storico fanese usa nel 1751 per il laterizio di questa struttura) e condutture dove si può camminare dentro, che in origine giungevano a Centinarola. E da lì con altro tipo di condotta, fino a circa 200 metri dall’Arco di Augusto; quindi entro la città, dove le tubature erano anche in piombo.

A partire dal 1500 si fecero fontane vivacizzate con tale acqua. Una fuori Porta Maggiore, ed un’altra dentro all’attuale slargo stesso, insino alla Fontana di Piazza e varie fontanelle lungo le vie. Chi desiderasse saperne molto di più, può consultare ”Le fontane di Fano alimentate dall’acquedotto romano” del concittadino studioso Luciano De Sanctis ed. Grafho 5, Fano 2006.

Tale nostro acquedotto fatto per offrire la più vitale risorsa condivisa, era il portato della cultura romana del trattamento delle acque - “Salus per aquam”- ed è nel vero chi pensa che lo stesso acquedotto, come le fogne del centro sia del periodo della rifondazione urbanistica augustea -vitruviana anche per il tanto che nel capitolo VIII del De Architectura, Vitruvio dedica all’idraulica e all’idrologia. “Tutti gli esseri viventi, sia pur privati del frumento o dei frutti o della carne o del pesce o anche di qualsiasi nutrimento del genere, potranno mantenersi in vita utilizzando altre sostanze alimentari, ma senza acqua nessun organismo vivente può nascere o mantenersi o essere in attività”.

Nei secoli l’acquedotto romano servì ottimamente i fanesi sino alla fine del 1800, quando ormai inadeguato, fra il 1901 e il 1905 venne sostituito e per festeggiarne l’evento nel 1902 fu deciso di fare in Piazza Amiani una “ fontana di mostra” ovale, dagli alti zampilli, per esibire la forza dell’acqua nuova. A metà degli anni cinquanta gli stessi zampilli vennero tolti per mettere al centro della vasca l’attuale stele offerta dall’Istituto d’Arte; stele che ora rischia il posto, cacciata da una signora in metallo che si ritiene la più bella: una figura che invece di emettere il proprio affetto dal pensiero, qualità femminile che affascina ogni uomo, emetterebbe acqua dalla testa, quando l’acqua, in verità la si emette da un’altra parte. Una “narcisa” prepotente, superiore a tutto che nemmanco per il cavolo vuol andare a sedersi altrove: insomma, una vera raccomandata di bronzo.

E se è pur vero che Fano, per sua propria specialistica incultura ha eliminato da troppi luoghi beni artistici ormai storicizzati per metterci altro, in questo caso dell’acquedotto romano, è stata piuttosto la dimenticanza a rivelare l’ingratitudine ed a far si che quell’acqua antica ancora sorgente, pur in quantità ridotta giunta al piano, si disperdesse, come si disperde oggi in un fosso, mandata in malora per incuria.

Pertanto giunge gradevole la proposta del presidente di ASET, Avv. Paolo Reginelli che progetta di recuperare quell’acqua per una nuova fontanella in modo che i cittadini potranno berne anche per sete culturale; per una rifioritura dove il ricordo di un bene passato può produrre emozioni sconosciute ancora più forti di quelle suscitate un tempo da quello stesso bene.

Un regalo per i fanesi, dunque, il re-incontro, la vibrazione dell’acqua nella terra oscura a cercare il sole e le persone. Il fenomeno culturale produce in ciascuno un rispecchiamento, una risposta, se entrano nel nostro pensiero le menti antiche di coloro che quel fenomeno produssero, come quando vediamo la somiglianza nelle foto dei nostri avi, osservando le linee dei volti loro essere anche le nostre. I messaggi dell’arte spingono per intuizione verso consapevolezze mai prima avvertite, al mistero di se dentro ciascuna mente, suscitati dalle complessità del passato del quale siamo intessuti.

Un’esperienza che è proprio di tutti, priva di costi, di snobismi, di sentimenti elitari. E tale è anche il rapporto con il potenziale comunicativo presente nei luoghi che, una volta valorizzati, in tanti ci invidieranno; infatti un’acqua antica di duemila anni non sono in molti ad averla e ripristinarne almeno una parte, è un’idea raffinata.

Quando dentro il senso pratico dei saperi tecnici si vede anche la cultura delle idee ed il rispetto dei beni comuni, i cittadini possono sempre stare tranquilli sulla qualità di chi amministra. E se chi amministra fa suo lo Statuto Comunale che all’art. 9 - Assetto del territorio, capo 1, recita così: “Il Comune riconosce i valori ambientali e paesaggistici del territorio con l’assieme del suo patrimonio archeologico, storico ed artistico come beni essenziali della comunità e ne assume la tutela come obiettivo primario della propria azione amministrativa”, si può star certi che le sillabe de-mo-cra –zi-a , non sono liquide pur trattandosi di acqua, bensì attraversate dalla valorizzazione della sovranità degli abitanti.

Solo con questo rispetto tale parola democrazia, abusata sino al ridicolo ridiventa popolare e solida come voleva essere sin dal suo inizio, occorrendo sempre ringraziare chi agisce bene sostenendo un peso oggi molto rifuggito: quello della responsabilità.

Infatti oltre ad ogni appartenenza partitica, è sempre la consapevolezza di quanto amministrato, il miglior titolo democratico possibile e tale resta la miglior strada per costruire il nostro futuro nella più attenta modernità, a partire da quei sopra citati “ beni essenziali della comunità”.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-04-2019 alle 10:13 sul giornale del 26 aprile 2019 - 816 letture

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