Venturelli: "Può rinascere un pavimento di basole romane nell'area del Pincio"

13/09/2018 - Il ritrovamento avvenuto il 9 agosto scorso in via Arco d’Augusto, angolo via De’ Martinozzi di un tratto di pavimento stradale romano, per scavo di privato allacciamento fognario da parte di Aset, ha permesso di vedere alcune pietre calcate dai nostri progenitori.

Pietre ancora sotto le vie del centro. Pietre di origine vulcanica fatte venire da lontano e resistentissime, colore grigio medio sfumate al marrone, lievemente alveolate e tagliate a poligoni, sino anche a cinquanta e più centimetri di lunghezza, spianate sulla parte lasciata fuori terra e maggiormente spesse nella parte centrale inferiore, incuneata nel suolo. Dalla parola base deriverebbe basola o basolo, poi basolato per definire la copertura anche di intere vie.

E scrivo questo per rilevare la sensibilità archeologica della presidenza di Aset, nella persona dell’avvocato Paolo Reginelli, che si è subito preoccupato di far adeguare, deviando le nuove tubazioni per non interferire con l’antica struttura, posta circa cinquanta centimetri sotto il calpestio odierno, interessandone la Soprintendenza che ha fatto poi ricoprire l’antico rimettendoci sopra quello che c’era prima dello scavo, lasciandole nel luogo della loro origine. Un atteggiamento ovvio, si penserà, ma da elogiare, quello di chi riflette che anche poche basole valgono dal punto di vista storico archeologico e culturale come un qualsiasi altro oggetto antico ad esempio una statua. Statua che solo per le informazioni figurate/letterarie possedute e trasmesse stimiamo di più rispetto ad un basolato dove si camminava: ma una stima che si fa solo per inerzia e pregiudizio culturale.

Doveroso dunque, trattare queste pietre con attenzione e tutela, visto che i musei archeologici si sono ormai liberati della sola scelta di bellezza nelle opere da esporre, essendo riconosciuti veicoli di cultura anche gli artefatti più umili a contatto coi piedi e la terra. Evidente che Aset, investendo della massima cura il ritrovamento, ha offerto un bell’esempio di costume democratico; infatti c’è sempre Democrazia viva quando si rispetta il bene comune in nome della Costituzione che all’art. 9 tutela la proprietà pubblica del patrimonio storico artistico della nazione. E quando ciò avviene anche nelle piccole cose e nei dettagli, si evidenzia ancor più, da tale rispetto per l’arte cittadina, sottosuolo e fogne romane comprese, che si può star certi di essere in buone mani e nei pensieri di chi porta con se qualcosa di quel passato che andrà a costruire necessariamente anche il nostro domani, come scritto nello Statuto Comunale di Fano.

“Il Comune riconosce i valori ambientali e paesaggistici del territorio con l’assieme del suo patrimonio archeologico, storico ed artistico come beni essenziali della comunità e ne assume la tutela come obiettivo primario della propria azione amministrativa”- comma 1 art. 9 Assetto del Territorio.(Chiunque lo può cliccare). Ma le sillabe di de-mo-cra-zi-a, suonano a vuoto quando non sono attraversate da questo rispetto di sovranità degli abitanti. Solo con questa sostanza nelle cose quotidiane tale parola abusata al ridicolo ridiventa solida, popolare come voleva essere sin dal suo inizio. Ed occorre sempre ringraziare chi agisce bene sostenendo un peso oggi molto rifuggito: quello della responsabilità. Infatti al di la di ogni appartenenza è sempre la consapevolezza di quanto amministrato, il miglior titolo democratico possibile.

E se costruire il nostro futuro, partendo anche dai “ beni essenziali della comunità” è fondamentale per la qualità della vita in quanto la nostra stessa persona deriva dal lascito dei nostri avi, non sempre Fano e chi fu scelto per amministrarla si comportò ammodo nei confronti del patrimonio comune. Tralasciando l’elenco dei danni ai monumenti fanesi antichi e moderni è proprio con le basole trovate in passato per lavori di collegamento fognario e col destino allora riservato ad esse, che tanto contrasta col bell’esempio di Aset, che insorgono alla mente alcuni episodi da trasmettere …

E i casi furono il rifacimento del pavimento di corso Giacomo Matteotti tal quale vediamo con “san pietrini” di porfido. Opera condotta benissimo a stralci tra circa metà anni cinquanta ed inizio sessanta.

Lavoro che fu seguito dalla ripavimentazione di Via Nolfi, con selciato più grosso. Preme indicare che le basole sotto corso Matteotti e via Nolfi, a quel tempo tolte via per gli aggiustamenti alle fogne romane, ben diversamente da quanto fatto ora da Aset, vennero portate altrove; quelle del corso furono messe nel giardinetto esterno dell’Istituto Tecnico Commerciale a formare un camminamento dove ancora esistono in numero di circa 226, mentre quelle cavate da via Nolfi, sembra siano state portate all’interno del Bastione Sangallo, sede dei Netturbini del tempo e poi trasferite altrove.

Di queste, non mi è possibile indicare il numero ma certamente furono registrate e sarebbe dannoso dimenticarle. Se esiste chi sa dove sono, farebbe bene a dirlo in quanto le stesse pietre delle vie romane di Fano, appartengono al popolo fanese e par giusto proporne il riuso culturale da incastonare nell’area del Pincio, visto che fra gli interventi per valorizzare il centro storico ora è la volta di questo luogo delizioso costituito nella metà degli anni trenta del secolo scorso. E tanto più ora le basole ritornerebbero utili nel maggior numero possibile, per offrire l’esibizione didascalica di un ‘area, un percorso come il luogo permette, ben lontano dall’Arco. Il tutto per intrigare i fanesi ed i turisti con la sensazione antica, la sottigliezza che dal piede possa salire a stuzzicare il pensiero … come si camminava concretamente in epoca e non solo per questo …

Perché se gli interventi della giunta di Massimo Seri sono quasi tutti validi e riempiono di soddisfazione chi desidera migliorati i monumenti presenti, questa augurabile ricomposizione di un pavimento di basole antiche proverebbe che a Fano l’incontro con l’archeologia è diventato motivo di orgoglio cittadino; la bellezza non è un sovrappiù, tantomeno un lusso, ma un servizio sociale, divenendo costitutiva dei luoghi educanti da usare e vedere quando e quanto si vuole per quello che l’uomo si concede da sempre nelle città d’Arte. Resta che il sorriso fuggente della bellezza è un bisogno di base compreso spontaneamente da tutti e che senza il diletto e l’allegrezza che offre l’Arte, la vita diviene più cupa.

Una vaccinazione contro lo squallore sociale, una necessità che viene compresa meglio e più proprio da chi crede di saperne poco in questione. Così questo motivo antico va restituito a tutti. Torna giusto nell’animo, promette qualcosa ai tanti adulti che ogni giorno accantonano i propri sogni. Un elementare spazio museale all’aperto senza biglietto d’ingresso, ma chi più ne trarrà giovamento saranno i bambini perché nelle immagini rappresentate e nelle cose dell’arte i fanciulli sanno sempre come entrare e camminare con l’immaginazione, farsi dire e rispondere a cose e persone di un tempo … voci e altre vite anche in modo interattivo. Un gioco ineguagliabile per l’evoluzione della curiosità considerato che la stessa è l’origine dei saperi. Lo scriveva Leonardo e ce lo ha riconfermato Einstein “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.”

E’ qui la spinta, neppure tanto segreta del pensiero produttivo. La capacità di rielaborare quanto già di conosciuto ma in modo nuovo e strategico alla risoluzione di nuovi problemi che certo insorgono, chiamasi anche creatività e tanto più vale se meno assomiglia a quanto già fatto da altri. E non è un dono degli Dei ma inizia da un atto educativo verso i piccoli. Inizia esattamente su questa attenzione pedagogica, quel primo passo che genera il progresso. Differentemente da tutte le intelligenze artificiali, solo l’uomo oltre che massimamente distruttivo, sa essere anche creativo ed in tutti i settori gli avanzamenti avvengono da questa indispensabile capacità ricombinatoria.

Senza, non avremmo potuto scoprire, non solo realtà scientifiche come ad esempio il fattore di crescita della cellula nervosa, ma non potremmo ideare neppure un oggetto d’uso come un nuovo modello di sandalo! Quali suggestioni e che ricerche possano germinare dalle menti dei fanciulli accarezzate dalle parole antiche, sappiamo dalla autobiografia di Heinrich Schliemann, lo scopritore di Troia che, cresciuto con quel sogno, trovò la città alla faccia di tutti gli storici universitari della Sorbona che, consultati nel merito dallo stesso Schliemann, ormai avanti negli anni, lo derisero solo per l’intenzione di cercarla, considerando essi loro, la guerra più famosa del mondo antico, una invenzione della fantasia di Omero. Dunque, non è un azzardo a vuoto affermare l’utilità della suggestione delle basole fanesi qui a Fano, se mai venissero messe dove pure è possibile e facile metterle, togliendole da dove non c’è senso che restino. Non è azzardo immaginare che possano muovere la curiosità per la ricerca archeologica di terra o di mare … e dunque, dalle basole romane può nascere cosa ...

Ed infine la mia personale autocritica per aver scritto ormai troppo; ma quante idiozie intorno a quattro pietre romane! e che grandissima rottura … troppo facile, dirà qualcuno; parlare, è facile … Ma senza idee non c’è cultura, senza più idee non c’è politica e crolla quel partito che anche a Fano era forte. Così senza sviluppo delle curiosità non c’è pensiero produttivo non c’è ricerca scientifica e tecnologica. Senza codeste, non c’è onore per i giovani, anzi c’è la miseria e l’umiliazione portata sin dentro ai neuroni. Non c’è progresso e ricchezza, ed i ragazzi potranno diventare figuranti nelle sagre folkloristiche, fare i lavori stagionali, i cuochi, i pizzaioli, i camerieri i bagnini, i falsi artisti, gli stagisti, i praticanti gratis. Attraversare nella loro vita mille eventi fatti di polistirolo e di gommapiuma. Lavorare gratis, oppure emigrare. Ed essere ogni tanto persino “ sfottuti” dai ministri quando i ministri dei giovani si ricordano. Senza speranza.







Questo è un articolo pubblicato il 13-09-2018 alle 10:01 sul giornale del 14 settembre 2018 - 555 letture

In questo articolo si parla di paolo venturelli

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