Benini: 'Quale protezione civile?'

Bene Comune Fano 08/02/2012 - Il M.I.R. Movimento Internazionale della Riconciliazione è stato il primo movimento in Italia, già dagli anni ’70, a proporre la Difesa Popolare Nonviolenta (D.P.N.) come metodo di difesa collettiva di un paese.

Studi, convegni e addestramenti fino al riconoscimento, nella legge 230/1998 all’art. 8 comma e), dell’impegno dello Stato a “predisporre, d’intesa con il Dipartimento per il coordinamento della protezione civile, forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non armata e nonviolenta”. Proprio perché proponevamo di avviare tale tipo di difesa, basata non su un esercito armato ma sul coinvolgimento di tutta la popolazione, volevamo che partisse in Italia un sistema di “Protezione Civile” nazionale che servisse ad aggregare, coinvolgere ed addestrare la popolazione nella difesa dagli eventi catastrofici naturali ed eventualmente da eventi bellici. Purtroppo, nonostante i nostri sforzi, quando nel febbraio 1992 fu istituita la “Protezione Civile” nazionale essa fu basata non sul largo coinvolgimento della popolazione ma sulla preponderante presenza di corpi scelti: tale sciagurata scelta fu fortissimamente sostenuta dal sistema militare che vide in questa modalità organizzativa una occasione per buttarsi a pesce nelle situazione dei disastri naturali al fine di dimostrare l’utilità, ed anzi l’insostituibilità, dei militari nel risolvere le situazioni di emergenza, giustificando in tal modo le enormi spese militari dell’Italia. Con la beffa di questi giorni per cui i Sindaci dovrebbero “pagare” 80 Euro al giorno per ogni militare utilizzato nell’emergenza, più i costi dell’uso dei mezzi spalaneve.

Il fallimento di tale organizzazione della Protezione Civile è sotto gli occhi di tutti da 20 anni. Anche quando si discusse del piano di Protezione Civile comunale a Fano fu respinta la mia proposta di coinvolgere la popolazione, affidando tutto ai corpi addestrati. L’inevitabile conseguenza di tale organizzazione è da un lato enormi costi di gestione e dall’altro scarsezza di uomini e mezzi rispetto alle esigenze che i disastri ambientali richiedono. Con l’attuale organizzazione nessun cittadino sa cosa deve fare quando si verifica un’emergenza nè è dotato di strumenti e mezzi per i primi interventi. Di conseguenza, al di là della buona volontà di qualche cittadino, se non arriva la Protezione Civile si rischia grosso: e ovviamente la Protezione Civile può arrivare solo in minima parte rispetto al mare delle necessità. Certo che sarebbe meglio “meno Facebook e più pale”, come ha detto il Sindaco Aguzzi, ma questo sarebbe utile se ci fosse stato a monte un addestramento della popolazione e ognuno sapesse cosa fare e avesse una dotazione standard di strumenti per l’evenienza, altrimenti gli interventi estemporanei servono a poco o niente. Vogliamo allora mettere in piedi un serio servizio di Protezione Civile comunale?

Ci sono centinaia di cittadini cassintegrati, giovani che non vanno a scuola perché le scuole sono chiuse, pensionati e volontari: sono certo che se fossero stati addestrati e dotati di strumenti adatti, pochi minuti dopo la prima nevicata sarebbero stati già disponibili e in grado di intervenire. Questo tipo di organizzazione di Protezione Civile non solo costa enormemente meno di quello attuale ed è molto più efficace, ma ha un latro grandissimo pregio, quello di cementare la solidarietà fra le persone, rafforzando il senso del bene comune e reciproca collaborazione all’interno di una comunità. Non aspettiamo la prossima emergenza per cambiare strada.






Questo è un articolo pubblicato il 08-02-2012 alle 17:28 sul giornale del 09 febbraio 2012 - 369 letture

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