Commercializzazione dei prodotti biologici, quale collaborazione con comuni e province?

bioeuropa 2010 3' di lettura Fano 25/05/2010 - Negli ultimi anni è la seconda volta che l’AMAB nella sua giornata di studio che è questa affronta l’argomento. Ci ritorniamo sopra perché secondo noi questo è il lato debole del nostro settore.

Nella produzione possiamo dire di avere fatto passi da gigante, non solo numericamente (50.000 aziende bio e 1.000.000 di ettari), ma anche nella qualità. Le nostre produzioni si presentano bene, vincono premi internazionali, sono buone. Soprattutto le produzioni animali, latte uova, formaggi, carne, sapori sopraffini, profumi. Nella produzione zootecnica dovremo soprattutto lavorare per produrre leguminose in aziende bio in modo da evitare la presenza nei mangimi di mais e soia transgenici di importazione. (Non sarebbe male se anche le celebri produzioni di prosciutti e formaggi convenzionali evitassero di usare negli allevamenti mangimi OGM). Nel mercato le aziende che sono arrivate ad alcuni milioni di fatturato riescono ad emergere, anche nei mercati esteri, ma non riescono a coinvolgere quelle più modeste, affinché possano crescere. E’ vero che non è obbligatorio che le aziende più grandi debbano fare da traino a quelle più modeste, ma è vero che nell’associazionismo del biologico questo problema è sentito.

Ma qual è il panorama in cui dobbiamo inserire questo discorso per riuscire a comprenderlo e cercare qualche via d’uscita? L’agricoltura attraversa un periodo veramente nero, senza certezze di futuro, senza garanzie di poter ottenere dei prezzi tali da coprire i costi e il proprio lavoro. La distribuzione convenzionale ha delle regole che se non sei un produttore da alcuni miliardi di fatturato non riesci nemmeno a farti ascoltare. Quella specializzata ha un protagonista ECOR che fino ad oggi non ha dimostrato di farsi carico delle aspettative dei produttori agricoli, è vero che non sarebbe obbligata, ma visti gli interlocutori sarebbe lecito aspettarselo. La Ki soffre dei problemi della proprietà e Probios ha dimensioni troppo modeste per farsi carico delle esigenze dei produttori. E’ vero però che noi cerchiamo tra questi protagonisti quello che voglia fare con noi un pezzo di strada insieme favorendo l’inserimento nei punti vendita in cui sono presenti di quelle aziende meglio organizzate e che sono disponibili a partecipare ai costi. Ed è appunto su questo punto che vogliamo mettere sul tavolo del dibattito il ruolo che potrebbero avere gli Enti Pubblici più vicini agli agricoltori.

Le Regioni, per esempio, dovrebbero destinare più risorse alla promozione dei biologico. La nostra, le Marche, con i bandi di Filiera hanno previsto questa esigenza e vi hanno destinato risorse che se gestite bene possono dare risultati interessanti. Ma poiché è importante aumentare i punti vendita in cui siano presenti gli alimenti bio, una mano da Comuni e Province per mettere a disposizione dei produttori associati locali a costi accessibili sarebbe un aiuto in tal senso. E poiché uno dei punti chiave per affrontare l’argomento è l’associazionismo, non solo delle aziende, ma dei prodotti, favorire ciò sarebbe più facile se si riuscisse a prevedere una certificazione di gruppo che cooperative, consorzi, associazioni potrebbero gestire al posto dei propri associati. Contributi per coprire i costi di questa certificazione sarebbero un ulteriore aiuto a far crescere le aziende e togliere loro un impegno amministrativo che mal si abbina ad un mestiere già difficile per conto suo. Il progetto di filiera della Regione Marche ha fatto proprie tutte queste esigenze, ora spetta alle cooperative di produttori che hanno aderito al bando fare progetti seri che possano crescere e continuare nel tempo. Tra questi progetti si spera abbia un posto di rilievo la ricerca con le Università marchigiane, selle razze, le varietà, come migliorare ancor più la pasta con i grani prodotti nelle Marche.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 25-05-2010 alle 17:13 sul giornale del 26 maggio 2010 - 538 letture

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